“L´art.18? Tanto caos per nulla”

03/06/2002


LUNEDÌ, 03 GIUGNO 2002
 
Pagina 7 – Economia
 
LO STUDIO
 
La Banca d´Italia: la legislazione italiana non è poi così restrittiva
 
"L´art.18? Tanto caos per nulla"
 
 
 
Negli ultimi 25 anni una causa di lavoro su due è stata vinta dai padroni
Il contenzioso è inferiore a quello di Regno Unito, Francia, Germania e Spagna
 
FABIO BOGO

ROMA – Morire per l´articolo 18, così come per Danzica nel 1939? Da via Nazionale arriva un invito a riflettere. Perché, in fondo, forse a differenza di allora il gioco non vale la candela. Nella Relazione annuale diffusa appena quattro giorni fa, la Banca d´Italia affronta il problema dei licenziamenti individuali in Italia e dei vincoli per le imprese, seminando dubbi autorevoli. E pesanti.
«Secondo l´Ocse – rilevano gli analisti dell´Ufficio studi – il grado di tutela individuale dei lavoratori italiani è tra i più elevati, sia per il numero dei casi in cui è previsto il reintegro, sia per i costi monetari associati; ed è inoltre tra le meno restrittive per la definizione delle ragioni ammesse e le procedure». Un sistema blindato a favore dei dipendenti, insomma, che giustificherebbe l´obiettivo tenacemente perseguito dal governo e dalla Confindustria di allentare i vincoli per le imprese, strozzate nella morsa delle leggi e degli interventi a senso unico dei pretori.
Capitolo chiuso, quindi? Niente affatto. Perché Via Nazionale spiega anche che la valutazione dell´Ocse è fortemente influenzata da un sistema di giudizio anomalo, quello che comprende tra i costi del licenziamento a carico delle imprese anche il Tfr. Ma il trattamento di fine rapporto, però, è di "proprietà indiretta" del lavoratore, e viene percepito non solo in caso di licenziamento, ma anche quando ci si trova davanti a normali e semplici dimissioni. Togliendo dal calcolo questo elemento, la Banca d´Italia contesta le conclusioni dell´Ocse e afferma che «la normativa italiana sul licenziamento risulta tra le meno vincolistiche in Europa».
Ma c´è di più. Bankitalia analizza anche l´esito delle vertenze sottoposte ai giudici dai lavoratori che hanno chiesto il reintegro. E scopre che dal 1975 al 2000 lo spettro dei pretori del lavoro d´assalto non fa poi così paura. Intanto perché il contenzioso risulta essere «molto inferiore» a quello registrato ad esempio in Germania, Regno Unito, Francia e Spagna. E poi perché la quota di sentenze favorevoli al lavoratore ha toccato un massimo del 62% nel 1993, ma nel corso di 25 anni non si è mai discostata dal 50%. Come a dire che una volta su due nella causa alla fine la spunta il datore di lavoro.
Su una cosa invece il giudizio di via Nazionale è netto e tagliente. Le cause di lavoro durano troppo e, visto che la legge obbliga a commisurare il risarcimento al periodo trascorso tra il licenziamento e la sentenza, sono troppo costose. Nel 1992 bastavano 14 mesi per arrivare a capo della vicenda, nel 1999 ce ne volevano 21, un allungamento dei tempi che si risolve «in un rilevante onere per le imprese». Insomma, forse non vale la pena morire per Danzica. E alla fine, magari, la colpa è ancora una volta della burocrazia