L’Aquila, le case di Bertolaso hanno i pilastri non in regola

14/10/2010

Frode nelle pubbliche forniture, sarebbe questo il reato per il quale la Procura della Repubblica de l’Aquila, guidata da Alfredo Rossini, ha aperto un’inchiesta sui pilastri anti sismici che sorreggono i quasi cinquemila appartamenti in cui vivono poco meno di 15mila dei 50.000 terremotati aquilani che non possono rientrare nelle loro abitazioni lesionate. La notizia è di quelle da far tremare le vene ai polsi: le gigantesche piastre antisismiche che hanno fatto lievitare i costi di quelle case provvisorie fino a 2800 euro a metro quadro non avrebbero gli attestati di omologazione e qualificazione necessari. Inoltre si sarebbe in presenza di una singolare situazione di identità fra il controllore e il controllato. Come si sa il progetto CASE è di Eucentre, la fondazione senza scopo di lucro presieduta da Gian Michele Calvi, che ha
anche diretto i lavori del progetto. Ma. 1) Eucentre è anche il centro di ricerca presso il quale è stata testata la tecnologia anti-sismica adottata, 2)fra i partners di Eucentre vi sono le due imprese produttrici dei pilastri «a pendolo scorrevole», la Fip e la Alga, che sorreggono lenewtowns aquilane. La prima questione, quella dei test sulla tecnologia definita di avanguardia dai suoi promotori, è stata sollevata già nel luglio 2009 da un’interrogazione del deputato Pd Gianluca Benamati. I test di laboratorio dovrebbero sollecitare le strutture in tre direzioni, simulando l’insieme dei possibili movimenti tellurici. Questi test sono indispensabili per ottenere l’European Thecnical Approval (Eta). Ma, a quel che risulta anche dalla risposta della presidenza del Consiglio dei ministri all’interrogazione, solo unadelle
due ditte costruttrici (la Fip) aveva ottenuto il certificato europeo. Il problema è che l’impianto in possesso dell’ Eucentre, un grande macchinario finanziato quando Letizia Moratti era ministro della Ricerca con circa 6 milioni di euro, è in grado – spiega Duilio Benedetti, ingegnere strutturista del Politecnico di Milano, – attivare «una sola componente di moto delle tre che un sisma mette in gioco». I pilastri a «pendolo scorrevole», adottati in altri paesi europei ma con materiali diversi da quelli del progetto italiano, potrebbero alla prova dei fatti, dunque, nascondere delle insidie. E l’inchiesta aquilana, condotta dal Pm Fabio Picuti, ha acquisito agli atti anche un reportage di Rai News 24 , andata in onda il 30 settembre del 2009 (realizzata da Ezio Cerasi e Claudio Borrelli) , nella quale è intervistato Gianmario Benzoni, uno strutturista italiano che da molti anni professore alla Università di San Diego
in California e dirige il laboratorio di test anti-sismici della Caltrans la società californiana responsabile delle vie di comunicazione e trasporti nello Stato americano dove si vive in attesa del “Big One”. Nell’intervista televisiva il professor Benzoni sostiene che «la serie di test deve essere molto più estesa di quelle effettuate all ‘Eucentre di Pavia perché l’isolatore a pendolo o funziona perfettamente o non funziona affatto». La risposta della Protezione civile alle obiezioni sollevate quando il Progetto Case non era ancora una realtà fu che «il sistema adottato presenta, almeno in linea teorica, il vantaggio di una riduzione o eliminazione degli effetti torsionali». In linea teorica. Quanto alla seconda questione, ovvero che i controlli sono stati fatti dagli stessi soggetti che hanno promosso o prodotto i 4500 appartamenti per un costo di 13 milioni e mezzo di euro, Teresa Crespellani, docente di ingegneria sismica e geologica a Firenze, considera “pazzesco” che nell’ultimo decennio tutta la ricerca sui terremoti in Italia si sia concentrata in quell’unico centro, facendo perdere al sistema di prevenzione del rischio sismico la caratteristica fondamentale, «che non si basa su un atteggiamento fideistico verso la tecnologia ma su una cultura diffusa nel paese». Duilio Benedetti, che ha partecipato alle vicende post terremoto dell’Umbria e del Friuli, considera che la cosa più grave resta l’esorbitante costo del Progetto Case. E rievoca l’esperienza del Friuli dove si avviò subito la fase di riparazione e ricostruzione, consentendo così alle popolazioni di rientrare nelle proprie case ma, e forse questo è meno noto, «in poco più di un anno si concluse la fase dell’emergenza e, proprio per l’emergenza si realizzarono, fra l’altro 750mila metri quadri di alloggi semi permanenti realizzati su piastre Cls e poi demoliti». I costi in lire di allora, anche se a metà degli anni Settanta l’inflazione galoppava, corrispondono a circa 400/500 euro a metro quadro. Con il terremoto de L’Aquila si è voluto «partire da zero, ignorando ciò che la storia ci aveva insegnato e puntando tutto sull’innovazione tecnologica ». Peccato che in realtà si tratti di tecnologie che «risalgono agli anni Ottanta»