L’appello di Confindustria “2002 anno delle riforme”

03/01/2002


GIOVEDÌ, 03 GENNAIO 2002
 
Pagina 32 – Economia
 
WELFARE
 
Antonio D’Amato scrive agli imprenditori e chiede al governo "coerenza e grande rigore"
 
L’appello di Confindustria "2002 anno delle riforme"
 
 
 
Il segretario della Uil Angeletti: "Il problema sono le imprese, non hanno saputo investire"
 
RICCARDO DE GENNARO

ROMA — Per il presidente della Confindustria, Antonio D’Amato, il 2002 dovrà essere l’anno in cui «le riforme necessarie vengano finalmente a realizzarsi». È questo, perlomeno, l’augurio che l’industriale napoletano rivolge a se stesso e ai colleghi nella lettera agli imprenditori, pubblicata ieri dal quotidiano della Confindustria, Il Sole24 Ore. Quali sono queste riforme? È presto detto: un sistema previdenziale finanziariamente sostenibile perchè «basato su un’opportuna combinazione di pubblico e privato», un mercato del lavoro più flessibile, «che non implica — precisa D’Amato — maggiore precarietà», un fisco più razionale.
D’Amato ritiene che con i provvedimenti che accompagnano la Finanziaria, «si è imboccata una rotta che ora va percorsa con coerenza e grande rigore». Nello stesso tempo, oltre alle riforme, occorre rilanciare il processo di liberalizzazione del mercato, dare al paese una maggiore capacità di innovazione tecnologica (qui D’Amato sollecita un maggiore impegno anche da parte delle imprese), sconfiggere l’economia sommersa, risolvere la questione del Sud. Una volta razionalizzata la spesa previdenziale, dice ancora D’Amato, bisogna rivedere il modello di Welfare state, che «anziché favorirlo, frena lo sviluppo economico, sperperando risorse che andrebbero meglio utilizzate».
L’obiettivo, in sostanza, è «recuperare capacità competitiva nell’economia globale», obiettivo che — secondo il presidente di Confindustria — richiede un cambiamento del modello di «protezione sociale». A questo proposito D’Amato — che deve fare i conti anche con quella parte degli industriali che da un lato attaccano le pensioni di anzianità e dall’altra chiedono il ritorno della vecchia mobilità lunga o dei prepensionamenti — lancia un appello a tutte le parti sociali: «Non possono arroccarsi in una tutela corporativa dei loro specifici interessi, ma devono aprirsi a una visione complessiva della società italiana». Per parte sua, la Confindustria è disponibile a sviluppare un «dialogo costruttivo» con tutti coloro che sono interessati a una prospettiva di sviluppo economico ed equità sociale.
Il punto di vista dei sindacati sulla competitività è però diametralmente opposto. Il gap competitivo non è addebitabile, secondo i sindacati, al sistema del Welfare state o al costo del lavoro («tra i più bassi in Europa, come dimostrerà l’euro», dice Luigi Angeletti, leader della Uil), ma alle imprese stesse. «Il problema vero è che la scarsa competitività delle imprese — dice Angeletti — dipende dal fatto che sono troppo piccole e non hanno saputo investire in ricerca e qualità, pensando che la competitività fosse raggiungibile esclusivamente attraverso un taglio dei costi». Angeletti contesta D’Amato: «Chiede più flessibilità per usarla non come fattore di mobilità del lavoro, ma come una leva per la riduzione del costo del lavoro. Quanto ai suoi obiettivi, tutto si può dire tranne che il governo non abbia esaudito tutti i desideri della Confindustria».