L’antiterrorismo come business

04/07/2005

    sabato 2 luglio 2005

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      INTELLIGENCE MODELLO AMERICANO IN SALSA ITALIANA

        L’antiterrorismo come business
        Finti guerrieri e imbroglioni veri

          Dietro l’inchiesta Dssa c’è un mondo poco noto e non regolamentato

            Due eminenze grigie dietro le quinte, due missioni, due operatività. Si sdoppia, come nel più classico intreccio romanzesco, la trama che gli inquirenti di Genova hanno fatto emergere con i provvedimenti di custodia emessi a carico dei titolari della Dssa, Dipartimento studi strategici antiterrorismo. Sigla che rappresenta la prima Private Intelligence Company italiana di cui si ha notizia.

            La sua struttura, definita dagli stessi magistrati come quella di una «polizia parallela», era articolata in sei Divisioni: in ciascuna di queste si trovavano ex agenti e collaboratori dei servizi segreti, ufficiali già operativi nell’organizzazione Stay behind (Gladio) ed effettivi dei corpi della polizia, dei carabinieri, della polizia penitenziaria. Se lo scopo dichiarato dell’organizzazione era quello di mettersi al servizio della lotta al terrorismo, le imputazioni a carico degli indagati parlano di associazione per delinquere finalizzata all’usurpazione di funzioni pubbliche in materia di prevenzione e repressione dei reati. In sostanza, gli inquirenti ritengono che lo scopo dei capi dell’organizzazione fosse quello di usufruire di finanziamenti da parte di organismi nazionali e internazionali, e non viene escluso che molti degli appartenenti alle forze dell’ordine coinvolti avrebbero aderito in buonafede, senza cioè alcun tipo di intento eversivo verso le istituzioni democratiche.

            Quali che siano gli sviluppi e le conseguenze dell’inchiesta in corso, gli elementi sinora emersi raccontano di come, in parallelo a quanto avviene in parti diverse del pianeta, si vada affermando anche in Italia, imitando il modello americano, un nuovo tipo di istituto di vigilanza e di prevenzione privata, sotto le sembianze di strutture di vera e propria intelligence che cavalcano il momento di insicurezza legato al terrorismo internazionale. E che in qualche caso si intrecciano con le sue vicende. Come nel caso che riporta alla vicenda del sequestro dei quattro vigilantes italiani in Iraq: Fabrizio Quattrocchi, ucciso il 14 aprile dello scorso anno a Baghdad, non sarebbe stato né un mercenario né un bodyguard, ma un agente contractor impegnato a tempo pieno nella lotta contro il terrorismo insieme ad altre persone che sarebbero poi entrate nel Dssa. Un filmato inedito, i cui fotogrammi sono stati pubblicati da un settimanale, dimostrerebbe come l’ingaggio di Quattrocchi, armato e addestrato presso l’hotel Rashid di Baghdad, quartier generale in uso ai contractor dell’intelligence privata americana, ne abbia comportato l’esecuzione da parte dei terroristi.

            Il pulviscolo delle sigle di cui si è occupata – a partire proprio da quella vicenda – la Digos, è stato alla base della ricostruzione della rete Dssa. La Dts Llc di Paolo Simeone, ex militare esperto nelle missioni di peace keeping, avrebbe provveduto a fornire le necessarie coperture per l’ingaggio degli «operatori d’intelligence privata» da inviare in Iraq. E Genova è stata il crocevia da dove domanda e offerta di intelligence privata si è rapidamente esteso: la Ibsa è rappresentata in Italia da Roberto Gobbi, ma risulta di proprietà del milanese Giacomo Spartaco Bertoletti, 63 anni, fondatore e direttore anche di un mensile dedicato alle arti marziali, Samurai. Ibsa e Ibssa (International Bodyguard and Security Service Association), omologa americana, hanno in Italia la medesima sede sociale, in via Mauro Macchi 20 a Milano. La Ibsa, che ha lavorato in partnership con la Dts, ha sede nel capoluogo ligure e fornisce alle Private Military Company uomini dal medesimo profilo: qualche esperienza nell’esercito, una passione per le arti marziali e le armi, un precedente ingaggio come bodygyard. Navigando in internet, all’indirizzo www.ibssa.it, reindirizzato su un dominio web americano, si incorre in una lista di organizzazioni associate alla Ibssa: tra cui tre con sede legale nel nostro paese. Si apprende che il primo vicepresidente di Ibbsa, appunto Bertoletti, ha rassegnato le sue dimissioni irrevocabili nel novembre 2003. Per quale ragione? A spiegarlo, in una lettera agli associati, è il presidente di Ibssa, George Popper: «Bertoletti sta facendo partire una sua Organizzazione per i Servizi di Sicurezza». A Bertoletti subentra, da maggio 2005, un nuovo coordinatore per l’Italia, Remo Grassetti. Titolare anche lui di un centro di addestramento per le arti marziali, quartier generale a Macerata, Grassetti è strettamente collegato alle forze armate italiane. L’associazione Congedati dalla Folgore riporta, ad esempio, il resoconto della cerimonia tenutasi qualche settimana fa a Civitanova Marche, in provincia di Ancona. «Si è svolta nella sala consiliare del comune la cerimonia di consegna dei diplomi ai 20 partecipanti al corso Calipso, promosso dall’Accademia italiana Israeli system of military self defence krav maga e riservato alle forze dell’ordine». Un corso di arti marziali riservato a un gruppo selezionato di militari italiani, gestito da una multinazionale della sicurezza privata. In prima fila, fra i docenti che consegnano i diplomi, c’è proprio lui, Remo Grassetti. Al suo fianco, i due soci della sua Accademia: il colonnello Davide Bocci e Fabio Biancucci, maggiore paracadutista della Folgore in congedo. L’intero terzetto fa parte dei Corporate members di Ibssa International, come si evince dal sito internet. Alle legittime attività – anche di tipo sportivo – come quelle di questo caso, si legano elementi più complessi, sulla cui matrice la magistratura deve fare di volta in volta chiarezza. E sui quali il legislatore non si è mai pronunciato.

            Il quadro normativo italiano non configura un riconoscimento formale per le imprese che operano in forma privatistica nell’ambito dell’intelligence, inteso come raccolta, valutazione, elaborazione di informazioni sensibili. Il punto di riferimento è il libro bianco della Difesa del 2002, siglato dal ministro Antonio Martino. Non ci sono riferimenti all’attribuzione di compiti di difesa ad elementi esterni alle forze armate, chiaramente. Solo l’accenno a una qualche apertura. La cornice di riferimento viene tratteggiata nella parte VII del libro bianco, quella relativa al personale civile, in cui si dice che «alcuni servizi che debbono necessariamente essere assicurati (…) richiedono mansioni non più appetibili da parte dei dipendenti della Difesa nell’attuale contesto socio-culturale», mentre «l’apertura all’esterno di forme sinergiche di apporti lavorativi privati può registrare anche effetti benefici sulla riduzione dei costi di gestione di taluni servizi». Ne risulta che «le occasioni di esternalizzazione vanno oculatamente valutate». Se nel caso della Dssa si era in presenza di millantatori, in futuro un apporto specialistico privato nel campo dell’intelligence potrebbe non essere del tutto escluso. Il quotidiano Libero il 10 dicembre 2004 aveva dato notizia di una informativa trasmessa dalla Dssa ai responsabili dell’intelligence vera. Sotto l’allarme «L’aeroporto di Linate è nel mirino dei terroristi di matrice islamica», il quotidiano dava conto della sua fonte: «Un dossier del Dipartimento studi strategici antiterrorismo inviato come fascicolo riservato ai servizi segreti». Il documento, che sarebbe stato inviato al Cesis, al Sismi, al Sisde, e persino al quartier generale Shape di Bruxelles e ai comandi generali dei carabinieri e della Guardia di Finanza, diffondeva notizie allarmistiche circa l’Idroscalo di Milano. Forse il gruppo ha commesso proprio l’errore di esporsi troppo, facendo la voce grossa con i veri servizi segreti, sperando di ottenere commesse di tipo pubblico.

            Aldo Torchiaro