Landini, il leader «saldatore» che scommette sul voto in fabbrica

15/06/2010

Chi è il segretario generale dei metalmeccanici
ROMA – «Maurizio Landini fa parte di quei segretari generali che finiscono in ’ini’, come Rinaldini e prima di lui Sabbatini. E con questo ho detto tutto». Così un ex dirigente sindacale che nella Fiom ha passato la maggior parte dei suoi anni, ma che ora si occupa d’altro e quindi non vuole apparire, fotografa il nuovo leader dei metalmeccanici Cgil. Landini incarna insomma la continuità dell’anomalia Fiom, organizzazione gelosissima della sua autonomia fino al punto da teorizzare, sotto la guida del carismatico Claudio Sabattini (segretario fino al 2002), l’«indipendenza». Adesso non è più tempo di simili parole d’ordine e anzi nell’ultimo congresso della Cgil, un mese fa, è passata una modifica dello statuto, osteggiata dalla Fiom, che assegna alla confederazione e non alle categorie le decisioni sulle politiche generali. Ma Pomigliano è pur sempre un affare dei metalmeccanici e quindi la parola tocca a Landini, ad appena due settimane dalla sua nomina.

Rinaldiniano della prima ora, così come Rinaldini era stato sabattiniano doc, Landini, a differenza del predecessore è un leader nato e cresciuto tra i metalmeccanici, non un sindacalista mandato da fuori a dirigere la Fiom. Non ha il ghigno di Sabattini, né i baffetti che facevano anziano di Rinaldini, ma una faccia giovane, con gli occhiali da bravo ragazzo. Ha sempre bruciato le tappe. Comincia prestissimo come apprendista saldatore in una fabbrica vicino a Castelnovo Ne’ Monti, in provincia di Reggio Emilia, dove è nato 48 anni fa e dove tuttora vive con la moglie e il cane col quale si diverte tutte le volte che può. Qualche anno di lavoro ed entra come funzionario nella Fiom. A soli 30 anni è segretario generale di Reggio Emilia, poi diventa numero uno della Fiom regionale, quindi un passaggio a Bologna, infine, nel 2005, viene portato da Gianni Rinaldini nella segreteria nazionale. Una scelta non casuale. Rinaldini, che aveva fatto tutta la sua carriera in Emilia Romagna (lui a differenza di Landini è «cittadino», nel senso che è nato proprio a Reggio Emilia) aveva avuto modo di apprezzare la serietà e la professionalità di questo giovane sindacalista. Al quale affiderà deleghe di peso. Il delfino gestirà così importanti ristrutturazioni nel settore degli elettrodomestici, da Indesit a Merloni, e sarà il protagonista dell’accordo che porta alla chiusura della Electrolux di Scandicci e alla successiva reindustrializzazione dell’ area, un’operazione riuscita.
Poi le sue competenze si allargheranno alle due ruote. E qui finirà per vedersela col numero uno della Piaggio, Roberto Colaninno, e conoscerà una grave sconfitta, che proprio in questi giorni viene spesso richiamata per le sue analogie con la vicenda della Fiat di Pomigliano. Era il marzo di un anno fa. Fim-Cisl, Uilm-Uil e Ugl firmano con l’azienda un contratto integrativo che Landini si rifiuta di sottoscrivere perché ritiene insufficienti gli aumenti concessi dall’azienda. Ma accetta la sfida di misurarsi nel referendum dei lavoratori e adeguarsi al risultato. Che sarà una vittoria netta del sì all’accordo. Passa qualche giorno e Landini va a firmare. E, a ben vedere, si tratta dell’ultima importante intesa che abbia firmato, visto che il contratto nazionale dei metalmeccanici viene sottoscritto lo scorso ottobre dagli altri sindacati ma non da Rinaldini né dal sul braccio destro nella trattativa, Landini appunto. Stessa cosa si ripete dieci giorni fa con la Uniomeccanica-Confapi (il contratto delle piccole imprese). Il nuovo segretario è ormai in sella, ma non firma. Eppure, dice chi lo conosce, Landini è un trattativista più dei predecessori. È uno che conosce come pochi tutte le pieghe contrattuali delle tute blu. Il suo, rispetto a quello dei predecessori, è un profilo più sindacale che politico. Iscritto in gioventù al Pci, poi al Pds e ai Ds, dopo la nascita del Pd non ha rinnovato la tessera. Serio, rigoroso, è difficile farlo ridere. Incline più alla malinconia, come testimonia la grande foto di scena di Massimo Troisi in bicicletta nel film «Il postino» che campeggia nella sua stanza di segretario generale.