L’altra metà del sindacato vuole spazio

11/11/2003


  economia e lavoro


11.11.2003
L’altra metà del sindacato vuole spazio
Cresce la presenza femminile ai vertici delle Confederazioni, tra resistenze e ritardi
di Felicia Masocco


ROMA Va meglio che in passato, ma non va ancora bene. Come la politica, come l’impresa, anche il sindacato fa fatica a declinarsi al femminile, basti vedere la composizione degli organismi di vertice
e, ancora prima, scoprire che è assai difficile conoscere i dati delle iscritte. Se si fa un giro nei siti Internet delle principali organizzazioni italiane, Cgil, Cisl e Uil, si vede che i dati del tesseramento vengono
forniti in un quadro d’insieme, donne più uomini. Esigenza di sintesi, si dirà. Ma cifre assolute delle tesserate non se ne hanno neanche presso le confederazioni, i numeri non sono pronti, o perché le strutture regionali o le categorie tardano ad inviarli, o più semplicemente ancora non li hanno elaborati, non hanno tempo o energie per aggiornare le «anagrafi». Insomma non distinguono,
lo scorporo non c’è, evidentemente conoscere il numero preciso
delle tesserate non è avvertita come una esigenza impellente.
Così si procede con stime elaborate sui gli ultimi dati disponibili:
per la Cgil sono quelli del congresso 2002, le donne erano il 49%; in Cisl il Coordinamento donne parla di circa 40% di iscritte; in Uil dicono che sono meno degli uomini ma molte di più di quel 18% che la Ces, la confederazione dei sindacati europei, ha scritto in una ricerca pubblicata in giugno.
Un punto percentuale in più o in meno non modifica comunque la fotografia «generale»: quasi ovunque è quella di una piramide. Il dato delle iscritte infatti, o quello delle delegate anch’esse moltissime, quasi mai trova corrispondenza negli organismi di vertice. Nella
segreteria della Cisl su dieci membri c’è una sola donna; ugualmente nella Uil, una segretaria su undici componenti. Fa eccezione la segreteria Cgil: per la prima volta nella sua storia il rapporto tra uomini e donne è di sei a sei, mentre nel direttivo nazionale nonostante la riduzione dei componenti la percentuale è di poco inferiore al 38%; nel comitato direttivo della Cisl le donne sono l’11,2%; nella direzione Uil il 12,1%, nel consiglio generale dell’Ugl il 10,5% secondo il monitoraggio permanente effettuato dall’Arcidonna. La Cgil è un’isola felice? Diciamo che si è data una mano a colpi di «buone pratiche» e di regole: dal ‘96 infatti si è stabilita una norma in base alla quale nei posti di direzione non vi possono essere meno del 40% o più del 60% delle componenti maschile e femminile. «Non si
tratta di una quota, ma di una norma antidiscriminatoria, una scelta giusta a mio avviso – spiega Aitanga Giraldi, responsabile delle politiche di Pari opportunità del maggiore sindacato – altrimenti
avremmo avuto donne solo ai vertici di alcune categorie. Quindi in confederazione, in centro, si sono ottenuti risultati concreti, ma anche nel resto dell’organizzazione è aumentata la sensibilità sulla
necessità che le donne debbano esserci negli organismi dirigenti».
«È il frutto di un lavoro iniziato ai primi anni Ottanta quando ci si accorse che la presenza femminile era praticamente sparita dai gruppi
dirigenti della Cgil». Un lavoro lungo, passo per passo: «All’ultimo congresso – continua Giraldi – per la prima volta non c’è stato nel documento un capitolo sulle donne, ma tutto il documento era attraversato dalla specificità femminile».
La Cgil ha deciso di seguire il metodo del mainstreaming per elaborare le sue politiche e realizzare le sue attività. Il tema sta permeando anche la Cisl dove per regolamento nelle liste deve esserci non meno del 30% di presenza femminile «ma – spiega Anna Maria Parente, responsabile del Coordinamento donne Cisl – le liste sono aperte e non sempre le donne vengono votate». A differenza della Cgil, infatti, nel sindacato di via Po non esiste una «norma di scorrimento» per la quale se la percentuale di donne fissata non viene raggiunta l’ultimo eletto lascia il suo posto ed entra una donna. Qualcosa però sta cambiando: «Nelle assemblee organizzative in preparazione di quella confederale che si tiene a Roma dal 20 novembre ho avvertito un clima di cambiamento – continua Parente
- tutta l’organizzazione sta finalmente facendo i conti con il fatto che ci sono poche donne nei gruppi dirigenti. Stiamo cercando di rilanciare». In Uil Donatella Vercesi, responsabile del Coordinamento Pari opportunità e unica donna in segreteria non vuol sentir parlare
di «quote», e neanche gradisce l’idea che alle donne debbano essere assegnate competenze «femminili»: «Siamo per il sindacalista a tutto campo», afferma, ma riconosce che «finora i risultati non sono
stati esaltanti. C’è però una maggiore attenzione mi auguro che al prossimo congresso si facciano significativi passi avanti. Ci sono già degli affidamenti, delle intenzioni comuni sia da parte degli uomini che delle donne in Uil».
Fin qui la fotografia dell’esistente. Le cause di un rapporto sicuramente difficile sono più d’una. «Gli uomini tengono a tenerselo, il potere», afferma Donatella Vercesi. E questo è un primo inconfutabile dato di fatto. Il secondo è di carattere «culturale», la cultura maschile prevale e la stessa organizzazione del lavoro
sindacale è «maschile», «non tiene nella giusta considerazione
l’impegno aggiuntivo delle donne», quello in casa, in famiglia.
«Anche questo è un problema di cultura, va cambiato, sarà un processo lento, ma è in corso». Insomma se le donne vogliono
esserci devono essere pronte ad un amore «esclusivo», ad un rapporto «totalizzante» con il sindacato. Le mezze misure non sono ammesse: «È un rapporto che va a scapito della vita personale, se vuole fare la sindacalista deve sapere che il suo “lavoro” non glielo toglie nessuno – continua Donatella Vercesi – Il collega che torna a casa il venerdì sera probabilmente viene coccolato, io che da Roma torno a Genova sono quella che siccome ha voluto la bicicletta deve pedalare. È così nelle cose. C’è una totale rinuncia alla sfera individuale».
Il tasto è sensibile. Il sindacato ha una struttura rigida, al punto che talvolta sono le stesse donne a tirarsi indietro. «C’è spesso una non disponibilità ad andare oltre i livelli più bassi – spiega Anna Maria Parente – per i tempi, per gli orari, quelli delle riunioni, ad esempio si protraggono per ore, i contratti si firmano all’alba… L’organizzazione è poco accogliente con soggetti che possono avere approcci di vita differenti. Gli uomini sono tradizionalmente abituati a stare in
organizzazioni sociali, politiche, ad avere un impegno più totalizzante rispetto alle questioni della vita».
«Non c’è dubbio che come organizzazione sociale il sindacato sia maschile, sta nella sua cultura. Anche per questo nonostante i numeri noi non ci fermiamo – conclude Aitanga Giraldi -. Nei luoghi di lavoro e nelle leghe dei pensionati facciamo una grande battaglia perché
sempre più donne stiano nei luoghi di decisione. I punti di resistenza non mancano, si devono rompere molti stereotipi.
I tempi, gli orari, stiamo lavorando per riorganizzarli non solo per le donne ma anche per i giovani che pongono nuove esigenze. E tra gli stereotipi annovero anche l’abitudine dura a morire di valutare le donne per il loro carattere, far pesare l’antipatia o la simpatia ad
esempio. Con gli uomini non avviene».