L´altra crisi che affossa il Nord

30/01/2003

30 gennaio 2003

 
 
Pagina 14 – Economia
 
 
L´altra crisi che affossa il Nord
Non c´è solo il caso Fiat: a rischio altri 40mila posti il lavoro
Dal Piemonte all´Emilia Romagna, dal Veneto alla Liguria, in arrivo chiusure e cassa integrazione
Pesa la frenata dell´economia mondiale, ma ci sono anche nodi strutturali
A difendersi meglio è il Veneto, ma da tre trimestri l´export è in calo

GIORGIO LONARDI


          MILANO – Quasi 70mila lavoratori a rischio, di cui circa 40mila estranei ai problemi della Fiat e delle aziende collegate, e circa 15mila già espulsi dalla produzione con la mobilità o il licenziamento. Sono le cifre della crisi del Nord industriale. Nella sola Lombardia sono state censite 163 aziende in difficoltà. Peggio ancora il Piemonte, con 24mila famiglie coinvolte dai gravi problemi della Fiat e dell´indotto, senza contare i guai di Ivrea (500 esuberi stimati nell´informatica) e quelli del tessile. In brusca frenata anche la Liguria: a Genova il caso Marconi si starebbe chiudendo con la cassa integrazione triennale per 250 addetti. Ma la stagnazione investe anche il prospero Nordest, mentre in Emilia chiude la Pastorelli di Modena (piastrelle) ed emerge l´affanno di Malaguti e Minarelli, due griffe della moto con i pneumatici sgonfi.
          Tutta colpa delle difficoltà dell´economia internazionale? Mica tanto. Per la Fiat, ad esempio, si tratta di una crisi aziendale che dopo aver colpito l´indotto in Piemonte nelle prossime settimane morderà i fornitori lombardi (circa 7.500 lavoratori coinvolti). Diverso il caso del laboratorio Pharmacia di Nerviano (800 ricercatori) che rischia di essere sacrificato sull´altare della fusione con l´americana Pfizer. Mentre la Campari, oltre ad acquisire aziende in tutto il mondo, chiede la mobilità per un centinaio di lavoratori della sede di Sesto San Giovanni. Quanto alla Postalmarket (581 persone appese a un filo esilissimo), simboleggia il malessere di un sistema di distribuzione che in Italia non ha mai sfondato.
          Il rallentamento dell´economia, evidenziato anche da uno studio della Cgil, picchia duro sulle aziende del Nord. Ma le differenze del tessuto produttivo, la ricchezza di settori e di aree industriali si riflette in situazioni molto diverse fra loro. In Friuli il distretto della sedia di Manzano continua a esportare con successo. Al contrario Trieste trepida per il destino delle Ferriere di Servola e per i contraccolpi della futura privatizzazione di Fincantieri. In questo quadro il taglio del 10% della spesa pubblica deciso dal governo non si limiterà a colpire l´edilizia (50mila addetti in meno a regime) ma avrà serie ripercussioni sull´informatica. Un brutto colpo per Ivrea, dunque, ma anche per i produttori di software lombardi, veneti ed emiliani.
          A difendersi meglio degli altri è il Veneto. Eppure, sono ormai tre trimestri che l´export della regione diminuisce rispetto all´anno precedente. E così la Fondazione Nordest tramite l´osservatorio Open parla di «rallentamento generale dell´economia regionale». Mentre l´indagine congiunturale della Confindustria veneta ha stimato che fra ottobre e dicembre la produzione è calata dello 0,9% e l´occupazione dello 0,5%. Preoccupato il friulano Roberto Snaidero, presidente della Federlegno, per il crollo dell´export in Germania. Il "re delle cucine", però, si dimostra fiducioso per le prospettive schiuse dal mercato russo.
          L´ottimismo dei veneti è confermato dal boom di tante aziende-miracolo. Come Permasteelisa, numero uno mondiale nel settore dei rivestimenti per edifici. O come De Longhi, leader dei piccoli elettrodomestici, o Silca, un marchio che molti italiani hanno in tasca su una delle loro chiavi. Ma il dinamismo del Nordest è paradossalmente certificato anche dalla forsennata fuga delle imprese verso Romania, Ungheria, Croazia, Bulgaria e Russia: nel secondo semestre 2002 le operazioni assistite da Finest, finanziaria specializzata nella delocalizzazione all´Est, sono cresciute di un incredibile 77%.
          Qualche scricchiolio, invece, emerge nell´opulenta Emilia-Romagna. Ecco la crisi delle due ruote: 190 a rischio alla Malaguti e 260 alla Minarelli ma ci sono difficoltà anche in altri settori. Come l´alimentare con i problemi dell´Eridania (100 addetti a Ferrara e 150 a Piacenza) e l´ansia per la sede Cirio di Piacenza. In alcuni i settori trasversali, le difficoltà ci sono ma appaiono meno vistose. Già a metà del 2002 Mario Boselli, presidente della Camera della Moda, aveva lanciato il grido d´allarme per il tessile-abbigliamento: 30mila posti in fumo entro il 2003. Una lenta emorragia che adesso comincia a lambire i gruppi maggiori come testimonia la scelta di Marzotto di ristrutturare severamente il gruppo a cominciare dallo stabilimento bresciano di Manerbio. Emblematica in Piemonte la situazione degli ultimi 336 cassintegrati del gruppo Gft, a rischio di licenziamento. D´impatto più immediato la crisi delle telecomunicazioni. Il caso della ligure Marconi con i suoi 250 cassintegrati è solo la punta di un iceberg di proporzioni maggiori. La Fim-Cisl della Liguria, infatti, enumera 35 aziende del settore in difficoltà con sedi e stabilimenti un po´ in tutto il Nord. Mentre gli esuberi del comparto sarebbero oltre 15 mila. Fra i nomi più noti l´Alcatel, quindi Nokia, Ericsson, Italtel, Nortel e Siemens. Ognuna di queste imprese ha problemi di tipo diverso ma tutte quante vogliono ridurre l´occupazione per contenere le spese.
          A peggiorare il quadro complessivo è iniziata la ristrutturazione del sistema finanziario e bancario, un settore dove i salari sono superiori alla media. Nella sola Lombardia vengono stimati 4mila bancari in esubero. Ma includendo le altre regioni si può arrivare a una cifra doppia.