L’allievo Epifani e il maestro Cofferati – di M.Unnia

26/02/2003

ItaliaOggi ()
Numero
048, pag. 1 del 26/2/2003
di Mario Unnia



L’allievo Epifani e il maestro Cofferati sono oggi due elementi destabilizzatori del quadro politico e sociale

Chi mesi fa aveva sperato che il segretario generale della Cgil Guglielmo Epifani non fosse la copia del segretario emerito Sergio Cofferati, ma anzi se ne differenziasse almeno nello stile, avrà provato una cocente delusione. Perché il nostro non solo non ha cambiato i modi di fare e di parlare del maestro, ma addirittura si direbbe che lo voglia emulare. I due infatti si sono divisi i compiti, Cofferati eccita le piazze, Epifani le fabbriche, e marciano uniti verso un obiettivo comune, la leadership della sinistra.

Cofferati, anche da uomo politico, mantiene la tipica mentalità del sindacalista. Innanzitutto una visione dicotomica della società: ieri, da un lato gli sfruttati dall’altro i padroni; oggi, da un lato i cattivi guerrafondai e dall’altro i buoni pacefondai.

Secondo, la richiesta ad alta voce dell’impossibile, ieri aumenti economici e tutele legislative a difesa del ´salario variabile indipendente’, oggi la pace ´senza se e senza ma’: insomma, noi vogliamo questo, prendere o lasciare.

Questa mentalità non ha mai portato fortuna ai sindacalisti quando sono entrati in politica. Nessuno dei leoni sindacali degli anni ruggenti 70 e 80 ha conseguito posizioni di vertice nei partiti e nel governo, si pensi a Carniti, Benvenuto, Del Turco, Marini, Bassolino: hanno dovuto accontentarsi di un posto in parlamento, di un sottosegretariato, di un governatorato di regione (l’eccezione è Bertinotti salito alla segreteria di un partito che non ha vocazioni governative, ma solo oppositive).

E questo proprio perché il sindacalista all’italiana, inzuppato di ideologia comunista, socialista, cattolico-solidarista, non è per vocazione un negoziatore, al contrario si sente un nemico deputato a ´strappare alla controparte’, il padrone o lo stato, l’impossibile, salvo poi, come si sa, trattare sotto banco i necessari compromessi e spacciarli al popolo per conquiste storiche.

Ma in politica, specie in quella italiana, non c’è spazio per le contrattazioni alla sindacale, occorrono ben altre arti, quelle tipiche dei tessitori, pazienti e ambigui, spudorati e cinici, possibilmente educati dai preti, religiosi o laici.

Il Cofferati di oggi è però più astuto dei suoi colleghi che l’hanno preceduto nell’avventura politica. Non ha fatto l’errore di affidarsi a un partito, anche perché, francamente, avrebbe avuto difficoltà a trovarne uno valido nel centro-sinistra.

Mascherato da dipendente Pirelli, volteggia sul vuoto dell’Ulivo sottraendosi abilmente a qualsiasi forma di verifica della sua reale rappresentatività. Da populista qual è, si misura solo con la piazza, la quale essendo l’imbuto in cui finiscono le frustrazioni dei singoli e i mugugni collettivi è pronta ad applaudire colui che assicura di ottenere l’impossibile.

E quale amplificazione al suo protagonismo: oggi si sente deputato a strappare alla controparte costituita non da un padrone, ma dall’America intera e dalla Nato, niente di meno della Pace.

L’ombra di questo condottiero pacifico si stende sulla sinistra e ne paralizza i riflessi: la domanda angosciosa dei suoi colleghi di parte politica è una sola, ´che dirà Cofferati?’ Il populista non raccoglie, allude, scantona: ammicca ai disobbedienti, sculaccia i no global più irrequieti, blandisce i Verdi, offre il profilo al correntone dei Ds: sogna il fatidico incontro con il grande europeo che, sbrigate le faccende a Bruxelles, varcherà le Alpi per affrontare l’uomo di Arcore.

L’allievo Epifani non sta con le mani in mano. Il Dna è lo stesso, la mentalità è comune. La strategia dei due è mettere in sintonia il mondo del lavoro con la piazza.

La Cgil non è più un sindacato: è un movimento che potrà anche occuparsi di contratti (anche se propende per non firmarli), ma la sua missione è un’altra. Un tempo lo slogan era ´cambiare la fabbrica per cambiare la società’: oggi viene capovolto ´cambiare la società per cambiare la fabbrica’.

Questo il senso assolutamente politico dello sciopero della sola Cgil contro il declino dell’industria, dove l’obiettivo non sono affatto le aziende, bensì il governo e le forze politiche di centro-destra.

Poiché anche la Cgil è dotata di un centro studi, Epifani sa perfettamente che la crisi di transizione del sistema produttivo italiano ha origini in macro fenomeni di ristrutturazione permanente dei paesi industrializzati: non è certo la via dello sciopero dimostrativo quella che può portare fuori dalla crisi. E sa anche che la fabbrica si sta cambiando da sola, non c’è sindacato che tenga. Ma non è tutto, c’è dell’altro e di peggio.

Volendo dare una mano al maestro, Epifani va oltre e non si accontenta di mettersi alla testa dei pacefondai: oggi i suoi sono passati dalla piazza alle massicciate dei treni, e promettono che domani passeranno alle banchine dei porti per fermare i bastimenti al servizio dei guerrafondai. Il collateralismo al ´partito di Cofferati’, come si vede, non può essere più perfetto. La Cgil si pone dunque alla testa di quello che Toni Negri chiama ´la moltitudine’ contro ´l’impero’: essendo strutturata fin dai tempi della semi clandestinità togliattiana è in grado di offrire alla massa del ceto medio impiegatizio e del sottoproletariato urbano il supporto logistico necessario alle adunate, e, come è successo a Firenze in occasione della manifestazione dei no global, addirittura la tenuta d’ordine tanto apprezzata dal ministro degli interni: insomma, un movimento davvero originale, in grado di stravolgere l’ordine e, al momento opportuno, di garantirlo.

La verità è che Cofferati ed Epifani sono oggi due elementi destabilizzatori del quadro politico e sociale. Il destino del primo è la cartina di tornasole del centro-sinistra, che potrebbe collassare se l’ex sindacalista prevalesse. Il destino del secondo è la cartina di tornasole della Cgil, il suo dominio incontrastato la porterà fuori da qualsiasi logica sindacale. Staremo a vedere se la Casa delle libertà e i sindacati Cisl e Uil sapranno trarre profitto dall’avventurismo dei due.