L’agonia del lavoro domina il Natale, ma il Paese parla d’altro

18/12/2009

A una settimana da Natale il bollettino della crisi italiana è un elenco interminabile di aziende in difficoltà e di lavoratori in lotta, spesso disperati perché non vedono la strada per uscire da un lunghissimo tunnel. La gravità della situazione dovrebbe portare il tema del lavoro e del rilancio economico in primo piano nell’agenda del governo e della politica. I telegiornali e i talk show dovrebbero sentire l’impegno morale, prima ancora che professionale, di piazzare i volti e le voci dei lavoratori nei titoli di testa, come si fa con le notizie più importanti. Non si può continuare a vendere fumo, non si può continuare a dire che la crisi è finita e stiamo meglio degli altri quando ogni giorno si moltiplicano le notizie di aziende in difficoltà, di tagli occupazionali, di ristrutturazioni. I precari sono già stati cacciati e nessuno se ne ricorda. Le donne hanno pagato e sono tornate a casa. Ora, dicono le statistiche, non si iscrivono più alle liste di disoccupazione, tanto hanno perso la speranza di un’occupazione stabile. I “garantiti” col posto fisso hanno potuto usufruire della cassa integrazione, ma in molte imprese, anche grandi, sta finendo il periodo di copertura delle 52 settimane. Adesso, nei prossimi mesi, anche se il pil darà qualche segnale di ripresa, arriverà il peggio per l’occupazione. L’impatto più negativo della crisi sul mercato del lavoro è atteso per l’anno prossimo, forse si estenderà fino al 2011. Gli ultimi dati statistici, in Italia e in Europa, a questo proposito lasciano poche speranze. Nel terzo trimestre di quest’anno, dice l’Istat, l’Italia ha perso oltre 500mila posti di lavoro rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non andava così male dal 1992. Per recuperare i posti che sono andati smarriti non si può pensare che una crescita economica dello 0,5 o dell’1% possa fare miracoli dopo aver accusato un arretramento del 5-6% negli ultimi due anni. Il dramma sociale è una questione europea, non solo italiana. Tra il marzo 2008 e l’ottobre di quest’anno in Europa sono scomparsi oltre 6 mili di posti di lavoro. Nell’Unione i disoccupati sono circa 22 milioni, di cui più di un quarto sono giovani. In questi giorni che portano al Natale sembra che l’emergenza economica e sociale si stia accentuando. Il tessuto imprenditoriale soffre, è in difficoltà, la crisi in questa fase sembra colpire con più forza quelle imprese che avevano finora resistito mentre nella grande «fabbrica diffusa» del Nord est sono artigiani, piccole imprese, autonomi a mostrare segni di cedimento. E in molti casi, se non si lanciano velocemente consistenti salvagente, il rischio è che la coda della recessione porti alla cessazione di tante imprese. Quasi ci fosse un regista cinico dietro questa crisi italiana, nei prossimi giorni che portano al Natale ci saranno una serie di incontri e annunci che potrebbero drammatizzare ulteriormente il momento. Uno dei passaggi chiave sarà la presentazione del piano Fiat da parte dell’amministratore delegato Sergio Marchionne la prossima settimana. L’incontro fissato per il 22 dicembre, alla vigilia della pausa natalizia e mentre alcune fabbriche sono in cassa integrazione, potrebbe portare la conferma della chiusura, o meglio della cessazione di Termini Imerese come impianto produttore di auto. L’attesa e la tensione sono molto alte anche per Pomigliano e gli altri stabilimenti del Mezzogiorno. Ma non è solo l’auto a preoccupare. Da Marghera all’hinterland milanese, dalle aziende meccaniche dell’Emilia Romagna fino all’acciaio di Taranto, le aree di difficoltà sono sempre più estese. In questa congiuntura le sollecitazioni dei sindacati affinché il governo dia una mano ai redditi di lavoratori e pensionati, con un organico intervento fiscale, sono andate deluse. Così come il pd ha proposto invano un piano di interventi a favore di artigiani e imprese, e di sostegno ai ceti più deboli buttati fuori dal mercato del lavoro. Ma, dialogo o non dialogo, toni bassi o alti, il governo è andato avanti spedito sulla Finanziaria senza nemmeno discutere un articolo con l’opposizione. Un mese fa Tremonti fece l’elogio pubblico del posto fisso. Era solo una battuta ad effetto per conquistare un titolo di Minzolini al tg1, niente di più.