L’affitto impossibile

28/04/2004



 
   
28 Aprile 2004 - pagina 11

CAPITALE/LAVORO










 
DATI
L’affitto impossibile
«Case proibite per chi guadagna meno di 30.000 € l’anno» Una ricerca Sunia-Cgil: aumenti del 17% in dodici mesi
R. C.
Una casa in affitto? Prego si accomodi, se ha un reddito di almeno 30.000 euro all’anno. Altrimenti si prepari a dormire sotto i ponti. Secondo la seconda indagine Sunia-Cgil sul mercato delle locazioni, diffusa ieri, le fasce di reddito basse e intermedie sono ormai completamente escluse dalla possibilità di affittare un appartamento, dopo anni di boom del mercato immobiliare e dopo la definitiva liberalizzazione dei canoni. Si tratta di una ricerca che incrocia i dati sui canoni di affitto con quelli dei redditi: operazione unica nel suo genere, se si pensa che l’Istat gli affitti neanche li registra nel carovita. L’aumento medio degli affitti dal 2002 al 2003 è stato del 17%, rivela l’indagine Sunia-Cgil, che è stata compiuta si un campione di 11.000 offerte di locazione, così come risultanti dalle riviste specializzate del settore immobiliare per le aree metropolitane di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia. Un campione molto rappresentativo, dal quale risulta un’offerta di alloggi in affitto così suddivisa in città: il 29% in centro, il 34% in zone intermedie e il 37% in periferia. Ovviamente i canoni variano a seconda dell’ubicazione e della tipologia: si va dai 1.342 € al mese del centro ai 798 della periferia, dai 683 € del monolocale ai 1.574 dell’alloggio con più di quattro stanze. Il tutto porta a un canone medio generale di 1.025,76 € al mese: vale a dire, più o meno unos tipendio.

Dentro questo canone medio poi, le variazioni geografiche sono le più rilevanti. La città più cara in assoluto è Venezia, dove il canone medio è di 1.503 € al mese (e supera i 2.300 per le case ubicate al centro); segue a ruota Milano (1.278 il canone medio, che sale a 2.015 nel centro), e subito dopo viene Roma (con un affitto medio di 1.257 € e rotti, che schizza a 2.100 nel centro storico). E non è che accontentarsi di un appartamento piccolo possa servire a scendere di molto al di sotto di siffatte medie: per un monolocale si spende sui 750 € al mese a Roma e a Milano, oltre 1.100 a Venezia, 860 € a Bologna, 791 a Firenze.

La ricerca Sunia-Cgil incrocia poi questi dati sul livello degli affitti con quelli sui redditi, in modo tale da vedere il peso dei canoni sul bilancio familiare. Il risultato è netto: «possono accedere al mercato attuale sopportando incidenze compatibili con i propri redditi solo le famiglie con redditi medi e alti, dai 30.000 euro annui circa». Una famiglia con un reddito di 15.000 € l’anno (corrispondenti circa al reddito di due pensionati al minimo o di un capofamiglia lavoratore dipendente, che prende netti circa 1.100 euro al mese) per affittare un monolocale deve spendere il 41% del reddito, per un bilocale il 63%, per un trilocale il 73% e per avere più di quattro stanze deve mettere sul piatto il 113% del reddito. Anche la famiglia «ceto medio» con 30.000 euro all’anno (es., una coppia di due lavoratori dipendenti) può sopportare sì il canone, ma spendendo almeno un terzo di quanto guadagna per accontentarsi di un bilocale, se vuole di più deve spendere almeno la metà del reddito.

Per il segretario del Sunia, Luigi Pallotta, la conclusione è semplice: «i pensionati sono esclusi dal mercato degli affitti, gli operai di fatto anche, se al canone si sommano tutte le altre spese per la casa». Paola Modica, della segreteria confederale della Cgil, nel presentare la ricerca la connette con gli altri dati sull’impoverimento degli italiani (studio Banca d’Italia) e con quelli sull’inflazione, concludendo: «Le persone normali non ce la fanno a tirare a fine mese». Proposte conseguenti: «Modifica della legge sugli affitti, rilancio dell’edilizia pubblica e aumento del fondo sociale per il sostegno agli affitti». La parola equo canone non viene neanche pronunciata, ma qualcosa di simile sì: si chiuda la libera contrattazione, si preveda solo il «canone concordato», è la proposta Sunia-Cgil.