L’affamatore dei licenziati

11/03/2010

C’è del metodo in questa follia. Tutti vedono che la crisi si sta mangiando posti di lavoro a decine di migliaia, ogni mese. In un paese serio si correrebbe ai ripari rimettendo in piedi almeno uno straccio di politica industriale; qui niente. Poi, in un momento di lucidità – o, più prosaicamente, di preoccupazione elettorale – la Commissione lavoro della Camera approva all’unanimità o quasi un emendamento bipartisan che prolunga da 12 a 18 mesi il periodo coperto dalla cassa integrazione ordinaria (Cigo). A molti – ad alcuni sindacati, perlomeno – sembra persino poco: il periodo «giusto» dovrebbe essere di due anni, come minimo. Inoltre non è certissima la copertura finanziaria.
Mentre ci si interroga sui molti pro e i pochi contro, arriva il parere – «autorevole» per eccesso di autoritarismo, non certo per serietà di argomentazione – del ministro del lavoro (e del welfare, e di una serie di altre cose che dovrebbero avere a che fare con il «benessere» della popolazione): «è una norma inutile, perché proteggiamo già i lavoratori ben pià di 18 mesi, abbiamo infatti semplificato la Cigs e abbiamo introdotto la cassa in deroga. Copriamo duttilmente e flessibilmente per tempi anche indefiniti tutti i lavoratori che ne hanno i requisiti». Un no secco, confermato da una decisione: «il governo sarà parere negativo all’emendamento».
Che Sacconi menta sapendo di metire, lì per lì, lo pensano in tanti. A dirlo sono però soprattutto Rifondazione comunista e Italia dei valori. Il perché è presto spiegato: la «cig straordinaria» viene concessa in caso di processi di ristrutturazione molto pesanti, che riducono in modo considerevole l’occupazione. Quella «in deroga», invece, riguarda le imprese (i lavoratori sono solo l’oggetto del contendere, ma la cig viene autorizzata dall’Inps alle imprese) che non rientrano nei parametri della cig «ordinaria» (e quindi nemmeno della «straordinaria»). Il ministro, insomma, cui nessuno nega una competenza tecnica accoppiata a «odio contro i lavoratori italiani» (Maurizio Zipponi, Idv), fa evidentemente confusione, in piena coscienza. Il prolungamento dell’«ordinaria», infatti, consente di considerare ancora formalmente «occupati» i dipendenti, legati a un’azienda da un normale rapporto di lavoro. Straordinaria e «in deroga», così come la «mobilità», sono sinonimo di disoccupazione (assistita per qualche tempo, ma non «indefinito, come invece racconta il ministro).
La mossa sconvolge persino il presentatore dell’emendamento (Giuliano Cazzola, primo firmatario e deputato berlusconiano) e il presidente della Commissione lavoro (Silvano Moffa, ex presidente finiano della provincia di Roma). Ma differiscono di molto le reazioni. Il primo – ex sindacalista socialista craxiano, addirittura nella Cgil – si spiana completamente sotto il gran rifiuto del suo capo (ex socialista craxiano anch’egli), fino a dargli ragione, perché «non avevamo la forza di fare la riforma degli amortizzatori sociali che vuole fare il governo, però abbiamo inserito alcune norme molto modeste a favore dei cocopro». Viva la sincerità: «molto modeste», nel quadro di questa crisi, significa «niente». Moffa, invece, si è limitato a chiedere «rispetto per il parlamento», anche se «il governo sta facendo bene». Due leoni, insomma. A guardia di un parlamento che non conta più niente.
Dall’opposizione democratica non arrivano segnali decisivi (solo l’ex ministro del welfare, Cesare Damiano, si espone fino ad affermare che la scelta di Sacconi «è molto grave»). La Cgil, con il segretario confederale Fulvio Fammoni, ricorda giustamente che semmai si chiedeva «il raddoppio» del periodo di copertura della cassa; magari cone un’implementazione dell’assegno (che non per tutti è pari all’80% dell’ultima retribuzione).
Ma è evidente che, per quanto si voglia estendere un ammortizzatore sociale importante come la cig, non è questa la via per risolvere il problema della drammatica riduzione dell’occupazione. Se ne mostra consapevole – tra i pochi – Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione), che mette esplicitamente in campo la «necessità di una politica industriale». Se «il privato non sa o non vuole farsene carico, è il pubblico che deve promuovere una riconversione ambientale dell’economia, a partire dalle energie rinnovabili». Sembra ieri, quando c’era l’Iri. O Obama.