L’addio di Cofferati: «Ho difeso i diritti»

23/09/2002




22 settembre 2002


ITALIA-POLITICA


L’addio di Cofferati: «Ho difeso i diritti»
Massimo Mascini


ROMA – Il distacco provoca dolore. Sono state queste le poche parole che Sergio Cofferati ha lasciato all’emozione nel primo discorso da ex segretario generale della Cgil. Nel giorno del suo grande addio ai militanti, ai suoi collaboratori, agli amici e compagni di 26 anni di vita, di vita intensa, ha cercato ancora una volta di eseguire il suo compito fino in fondo. E quello di ieri mattina al Palazzetto dello Sport di Roma, sotto la magnifica volta disegnata da Pier Luigi Nervi, non era di far piangere tutti i presenti, sarebbe stato facile. Il suo compito era quello di spiegare per l’ennesima volta il senso della strategia attuata in questi mesi: perché la Cgil si è assunta quel ruolo difficile svolto, perché si è trovata a rompere anche con gli alleati di sempre, Cisl e Uil, perché i rapporti con la politica sono sempre stati difficili, con la destra naturalmente, ma anche con la sinistra. È indubbio, ha rilevato Cofferati, che sono cambiati negli ultimi anni ruolo e funzione del sindacato. Modifiche inarrestabili che hanno spinto il sindacato a rafforzare la sua autonomia, ma anche a fargli capire che questa non consisteva tanto nel dialogare con tutti i diversi soggetti politici, quanto nel mantenere i propri punti di vista ed essere in grado di risolvere i problemi aperti. Nascono di qui le battaglie condotte dal sindacato in questi mesi a difesa della propria identità, fatta di obiettivi coerenti e valori condivisi. In queste battaglie la Cgil si è scontrata con la destra e con la sinistra. Con la destra perché «nella cultura di questa parte politica c’è un’idea della rappresentanza sociale che punta a snaturare ruolo e funzione del sindacato, a ridurre l’efficacia della sua azione sul piano dei diritti. In questi mesi – ha detto – sono stati riproposti modelli gerarchici e autoritari nell’organizzazione del mondo del lavoro, sono state affacciate ipotesi che in realtà tendevano a fare più forti i forti e più deboli i deboli. E in queste condizioni teorizzare la neutralità del sindacato è un errore, anzi una sciocchezza». Ma la Cgil si è scontrata anche con una «somma di timori a sinistra», di chi non voleva cedere primati. Perché, ha detto Cofferati, «nessuno di noi voleva ridimensionare la rappresentanza politica, dato che abbiamo un’idea alta della politica, ma abbiamo anche un’idea alta della nostra funzione». Ma soprattutto la Cgil si è battuta perché ha visto un pericoloso declino della funzione sociale del lavoro. «Ci siamo battuti – ha detto – perché si riscoprisse il valore del lavoro. E abbiamo riportato al centro dell’azione del sindacato i diritti, anche a costo di sacrificare i bisogni, distinguendo quello che è negoziabile da quello che non lo è». Cofferati ha difeso anche l’unità sindacale. I rapporti con gli altri sindacati, ha detto, sono sempre stati importanti, anche dopo rotture clamorose, anche dopo gravi errori degli altri. «Per questo – ne ha dedotto – cerchiamo con pazienza le mediazioni, ma le rifiutiamo quando questo vuol dire snaturare la nostra identità. L’unità non è infatti mai scissa dal merito, si costruisce sulle scelte. Ed è paradossale che ci si solleciti all’unità senza che siano prima risolti i problemi di merito». Umiltà, ma con riserva. «Cerchiamo l’accordo – ha detto – ma se questo non si trova, una grande organizzazione come la Cgil non si condanna all’immobilismo, scende in campo con le sue proposte».