L’accordo col trucco

05/06/2002


            5 giugno 2002
            L’accordo col trucco
            E’ ripartita ieri a Roma la trattativa sull’articolo 18. Cisl e Uil soddisfatte. La Cgil: sciopero generale di 6 ore

            PAOLO ANDRUCCIOLI


            Il negoziato sulle nuove regole del mercato del lavoro italiano e la modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori sarà molto più veloce del previsto. Era stata programmata una conclusione entro il 31 luglio prossimo, ma è invece probabile che si finisca prima. Dopo la prima riunione di ieri, il ministro del welfare Maroni ha già riconvocato le parti per il 13 giugno. Il governo Berlusconi, con una vera mossa di prestigio, è riuscito infatti a spaccare i sindacati senza concedere nulla (o quasi) nel merito a Cisl e Uil, che dopo aver lottato per mesi insieme alla Cgil, ora hanno deciso di trattare. Il negoziato sul ddl 848bis (che è in pratica la parte più «calda» della originaria delega sul lavoro, la n.848), è ripartito ieri praticamente dalle stesse proposte. La Cgil accelera invece sullo sciopero generale. E ieri, appena trapelate le prime notizie di un accordo in vista anche sull’articolo 18, la segreteria nazionale ha diramato da corso d’Italia la notizia della decisione di 6 ore di sciopero generale, di cui 4 a livello regionale e 2 a livello nazionale. I sindacati confederali non solo sono spaccati, ma sembrano oggi davvero agli antipodi. Che cosa si aspettano dunque Cisl e Uil da questo nuovo negoziato? Nella dichiarazione di apertura della trattativa – alla quale solo la Cgil si è rifiutata di partecipare – il sottosegretario al lavoro, Maurizio Sacconi, concede solo due o tre aperture formali, ma niente del merito. Sacconi promette che l’esame parlamentare del ddl 848bis comincerà solo dopo la fine della trattativa e promette qualcosa di generico sulle risorse per gli ammortizzatori sociali, punto che stava molto a cuore ai sindacati e che non erano previste dal Dpef e dalla legge finanziaria. Ma sulle risorse saranno poi il viceminstro Baldassarri e il rappresentante della Confindustria, Parisi, a frenare alla fine della riunione di ieri nella sede di via Fornovo del ministero: i soldi per gli ammortizzatori sociali non si potranno pescare né dal bilancio pubblico, né dall’aumento del costo del lavoro. Quindi dove si troveranno, dato che il governo non vuole neppure aumentare le tasse, anzi promette di abbassarle?

            Sulla materia più delicata, l’articolo 18, il salto mortale dei segretari di Cisl e Uil è addirittura stupefacente. Il governo non fa altro che riproporre la delega (e infatti l’848bis è composto degli stessi articoli traslocati dall’848, il 2,3,10 e 12). Ma i due segretari della Cisl e della Uil, Savino Pezzotta e Luigi Angeletti sono soddisfatti perché avrebbero ottenuto dal governo l’assicurazione che non saranno «toccati i diritti oggi tutelati». Come dire che l’articolo 18 non sarà tolto ai lavoratori assunti a tempo indeterminato e nelle aziende con più di 15 dipendenti. Ma questo non lo ha mai affermato neppure la delega governativa tanto contestata e contro la quale sono stati fatti comizi, ore e ore di assemblee, di riunioni sindacali e di trattative al ministero e perfino uno sciopero generale unitario (oltre naturalmente alla grande manifestazione della sola Cgil a Roma). La delega 848 parlava per la precisione di tre precise fattispecie di lavoratori per le quali andrebbe sospeso l’articolo 18. Citiamo dalla delega: «identificazione delle ragioni connesse a misure di riemersione, stabilizzazione dei rapporti di lavoro sulla base di trasformazioni da tempo determinato a tempo indeterminato, politiche di incoraggiamento della crescita dimensionale delle imprese minori, non computandosi nel numero dei dipendenti occupati le unità lavorative assunte per il primo biennio, che giustifichino la deroga all’articolo 18 della legge 20 maggio 1970, n.300». Ora il nuovo ddl in discussione al tavolone del governo con tutte le parti sociali (Cgil esclusa) dice esattamente la stessa cosa. Il compromesso, o il punto di equilibrio cui alludeva ieri Sacconi sta forse nel fatto che dalle tre fattispecie si passerà a due o magari a una. Ma il concetto è identico: se passasse questa operazione (seppure sperimentale e delimitata) sarebbe la prima vera modifica dello Statuto dei lavoratori, in peius. Si introdurrebbe infatti per la prima volta la possibilità di non reintegrare un lavoratore ingiustamente licenziato.

            La Cgil è durissima contro questa nuova scena e contro un’accelerazione evidente delle trattative tra gli altri sindacati e il governo di centro destra. «Con l’intesa separata realizzata nella serata di venerdì – dice il comunicato della segreteria – il governo inasprisce la sua strategia di attacco ai fondamentali diritti delle lavoratrici e dei lavoratori italiani, a partire dalla tutela reale contro il licenziamento immotivato». La Cgil decide quindi la linea della massima mobilitazione contro questo attacco, senza preoccuparsi di essere da sola. Gli scioperi saranno il vero banco di prova della tenuta del sindacato nei posti di lavoro, anche perché tutti i lavoratori hanno a questo punto ben chiara la posta in gioco.

            Il governo, dopo qualche tentativo diplomatico, tira fuori la sua faccia più feroce contro la Cgil che osa ancora contrastare le sue proposte. Ieri il premier Berlusconi ha definito il segretario della Cgil, Sergio Cofferati, un «ammazzasette», mentre il ministro Maroni, appresa la notizia dello sciopero generale, ha parlato di uno sciopero contro il dialogo che dovrà portare all’accordo separato. Ormai è guerra.