“LaBarca 1″ D’Alema: quel conto dimostra che non ho una lira

22/12/2005
    giovedì 22 dicembre 2005

    Pagina 7 – Primo Piano

      POLITICA E GIUSTIZIA – IL PRESIDENTE DS: UNA VERGOGNA COINVOLGERMI MENTRE C’È CHI TRAMA DAVVERO

        D’Alema: quel conto dimostra
        che non ho una lira in tasca

          «Io scalatore? Accusa indegna, ancora pago a rate una barca presa in tre»

            colloquio
            Federico Geremicca

              ROMA
              Come se non bastasse il resto, c’è pure un vento freddo che s’infila dentro quel budello deserto che è via dell’Arancio, gelando gli occhi e tagliando la faccia. E’ mezzogiorno passato da un po’ quando il portoncino verde della Fondazione Italianieuropei, nel cuore di Roma, si apre e Massimo D’Alema appare in strada. Veste un loden grigio, e non è solo. Il suo nome è in prima pagina su tutti i quotidiani del mattino: “D’Alema ha fatto un leasing con la banca di Fiorani”, “D’Alema: conto Bpi per il leasing della mia barca”, “D’Alema, un conto da Fiorani per pagare la barca”. La faccia dell’ex presidente del Consiglio è quella che è: e se uno fosse saggio, cambierebbe strada… Le prime parole, infatti, sono testualmente quel che segue: «E’ una vergogna. Anzi: siete una vergogna. Lei sa già che io penso tutto il male possibile della categoria cui pure appartengo, cioè dei giornalisti. Ma stavolta si è passato ogni limite». Affianco al presidente dei Ds c’è, scompigliato alla maniera dei giorni peggiori, Matteo Orfini, che dovrebbe curare – diciamo così – i rapporti di D’Alema con la stampa. Due metri più avanti, l’autista fa strada verso la macchina in attesa.

              Non è solo questione dei titoli in prima pagina, che di per sé già basterebbe. Un paio di quotidiani, infatti, hanno perfino pubblicato i movimenti del conto corrente 003719/26 della Banca Popolare Italiana intestato a D’Alema Massimo per il periodo che va dal 1° gennaio di quest’anno fino all’altro ieri. Ne risultano, in entrata e poi in uscita, sempre gli stessi 8.068,30 euro per il pagamento delle rate di Ikarus II, la notissima barca del presidente Ds. Più le spese di commissione. «Per una cosa così, violazione della privacy e del segreto bancario, in America un paio di persone sarebbero già in galera – commenterà poi Peppino Caldarola, ex direttore de l’Unità, vicino a Massimo D’Alema -. Il tutto somiglia a un avvertimento mafioso: ti teniamo nel mirino. O a una minaccia: guarda che stiamo arrivando…». Più sintetico il giudizio di Nicola Latorre, senatore, membro della segreteria diessina e amico personale dell’ex premier: «Questo è semplicemente squadrismo. Squadrismo giornalistico e squadrismo politico».

              Massimo D’Alema sistema meglio la sciarpa sotto il bavero del loden. Il rumore del traffico sul lungotevere arriva attutito nel vicoletto spazzato dal vento. «A lei piacerebbe trovare stampati sui giornali i movimenti del suo conto corrente? E le piacerebbe vedersi accomunato a gente sotto inchiesta perché sospettata di aver preso quattrini in cambio di favori?». Inutile tentare di abbozzare una risposta: e dire, per esempio, che (al di là dei giornalisti) il primo problema è che qualcuno – dall’interno della banca o da altro luogo – ha passato ai quotidiani il documento in questione. Non solo è inutile: è peggio. «Con la banca o eventualmente con altri, poi vedrò cosa fare – replica infatti D’Alema -. La cosa scandalosa è un’altra. E cioè che, avuto il mio estratto conto, letti i movimenti effettuati e accertato che i tassi d’interesse sono quelli di mercato, sa cosa avrebbe dovuto fare un buon giornale? Un buon giornale avrebbe dovuto fare un elzeviro e spiegare agli italiani che in tutta questa faccenda c’è un signore che è stato presidente del Consiglio, che è chiamato in causa a sproposito per questa o quella vicenda economica, che è sospettato di manovrare, scalare e altre fesserie consimili, e che però questo signore, che sarei io, ha un conto corrente dal quale risulta che non ha una lira e sta ancora pagando a rate la barca comprata con due amici».

              Invece, come si dice, la notizia ha conquistato la copertina e le pagine interne dei quotidiani, troneggiando tra l’inventario di due milioni di euro in quadri e mobili che adornano casa Billè e la “confessione” di Fiorani, secondo il quale sarebbe stato un sottosegretario in carica la “talpa” di Stefano Ricucci. Massimo D’Alema, ovviamente, non se ne meraviglia. Più volte ha spiegato di ritenere che dietro alcuni degli ultimi scandali finanziari si muova la politica, e che gli attacchi a lui andrebbero interpretati come il tentativo di colpire e indebolire il partito della Quercia. Può darsi. Ma sia come dice lui oppure sia tutt’altra storia, ormai non si sfugge più alla sensazione che – sussurra oggi e coinvolgi domani – Massimo D’Alema stia un po’ diventando l’Andreotti del centrosinistra: nel senso che non c’è più storia opaca dietro la quale qualcuno non sospetti la manina o la manona dell’ex capo di governo. Che D’Alema non si meravigli più di tutto questo, non significa – naturalmente – che l’andazzo non lo indigni.

                «E infatti l’altra vergogna – dice percorrendo via dell’Arancio a passi lenti – è che mentre su quella banca, a quanto pare, ci sono conti correnti attraverso i quali forse venivano finanziati uomini politici della maggioranza e addirittura del governo, si spruzza veleno su un signore che quel conto l’ha aperto per pagarci le rate della barca. E’ una cosa del tutto indegna». Naturalmente, seguendo lo schema di ragionamento del presidente diessino, bisognerebbe arrivare alla conclusione che anche in questo caso – come avvenne anni fa con l’affare Telecom e in questi ultimi mesi con le vicende Ricucci-Rcs e Unipol-Bnl – sarebbe la politica (o motivazioni politiche) a confondere le acque e a mettere D’Alema nel mirino. Sono uomini della Casa delle Libertà i registi di questa operazione? Sono gli alleati scalpitanti della Margherita a soffiare sul fuoco con certe insinuazioni sul collateralismo o sull’inevitabile opacità dei rapporti politica-finanza? D’Alema stavolta tace. Lui, che non esitò a definire «mascalzoni o cretini» quanti ipotizzarono (e tra questi il partito di Rutelli) la sua presenza dietro il tentativo di scalata di Stefano Ricucci al Corriere della Sera, stavolta entra nell’auto blindata e si accomoda sul sedile posteriore. «Stiamo facendo le liste assieme per le elezioni… E poi mi scusi, ma ho una cerimonia». Al Botteghino lo stanno aspettando per la festa e gli auguri di Natale. E diciamo che hanno visto brindisi migliori, i leader diessini. Ma la portiera si richiude, l’aria è gelida che di più davvero non si può…