La voce del padrone

27/03/2002



 
   
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              La voce del padrone
              Confindustria scrive a Berlusconi e legge la lettera alla stampa
              ROBERTO TESI
              ROMA

              La Confindustria ha scelto il silenzio stampa: la conferenza convocata per ieri pomeriggio si è risolta nella lettura (durata quattro minuti) da parte di Antonio D’Amato di una lettera indirizzata al presidente del consiglio, firmata oltre che dagli industriali, dai padroni di casa della Confartigianato, dalla Confagricoltura dall’Ania e dall’Abi). Nella lettera (29 righe in tutto) si esprime il rincrescimento per l’annullamento della riunione tra le parti sociali e l’augurio «che nelle prossime settimane le organizzazioni sindacali diano la disponibilità all’avvio di un confronto, senza pregiudizi e veti». Ma gli imprenditori richiamano all’ordine il governo, invitandolo a fare la sua parte, perchè è «dovere del governo assumere le sue decisioni». La scelta del comunicato senza conferenza stampa, dopo due conferenze (dei sindacati e del governo) «vivaci», appare una scelta molto mediatica: un tentativo di ritagliarsi un po’ di quella attenzione finora accentrata sugli altri protagonisti. Si tratta di una ipotesi, ma non è la sola che è stata avanzata. In particolare, molti sostengono che gli imprenditori abbiano voluto lanciare un messaggio al governo un po’ pasticcione delle troppe dichiarazioni. Insomma, un invito al silenzio e al rispetto degli impegni presi da Berlusconi con gli industriali. D’Amato, in altre parole, ha di nuovo presentato all’incasso la cambiale delle promesse elettorali, ribadendo che «il mondo delle imprese ha posto da mesi la questione delle riforme economiche e sociali. Per accrescere la competitività delle nostre aziende, nella flessibilità, nella stabilità dei conti pubblici, nell’alleggerimento della pressione fiscale». Il tutto, «per dare una prospettiva di lavoro ai nostri giovani, alle donne. Per risolvere i problemi del Mezzogiorno. Per combattere l’economia sommersa. Per avviare il paese sulla strada del benessere, dello sviluppo e dell’equità». Il tutto va fatto sulla base delle indicazioni del Consiglio europeo di Barcellona e «in onore di Marco Biagi».

              La lettera a Berlusconi è fortemente schiacciata sulla posizione del govero (o forse è vero il contrario) ma cerca al tempo stesso di tenere la porta aperta al dialogo con i sindacati, che non vengono apertamente accusati di essere alla base della interruzione del dialogo sociale. Il documento, cioè, è un po’ più «a sinistra» di quelle che sono le normali posizioni di D’Amato. Perchè?

              Le ragioni sono probabilmente da ricercare sulla fronda che comincia a agitarsi nei confronti del presidente della Confindustria da parte di molti industriali che sono preoccupati del deterioramento delle relazioni sociali e timorosi di una valanga di agitazioni che potrebbero complicare la vita alle imprese, che anche in questa fase congiunturale non felice seguitano a avere mercato e quindi tremano al pensiero di vuoti produttivi. Gli imprenditori, insomma, mettono le mani avanti con il sindacato: «noi siamo pronti al dialogo», è il senso della lettera, «dipende da voi». La lettera, soprattutto non interviene sul tema dell’articolo 18 che vede D’Amato in prima linea tra gli oltranzisti e con molta ipocrisia scarica tutto sul governo che deve «assumere le sue decisioni». Frase nella quale l’aggettivo «sue» sta per «nostre».

              L’ultimo capoverso è dedicato al terrorismo, con l’affermazione che «la migliore risposta al terrorismo è nel confronto sociale e nella sua capacità di dare tempestivamente le risposte ai problemi del paese». La frase, capovolta, significa che chi rifiuta il confronto sociale, cioè i sindacati, non da risposte al paese e quindi non combatte il terrorismo.