La vittoria del sommerso – di Luciano Gallino

22/05/2002

20-05-02, pagina 1, sezione PRIMA PAGINA
LA VITTORIA DEL SOMMERSO
LUCIANO GALLINO

TRA gli strepitosi successi conseguiti dal governo di centrodestra nel primo anno di attività, quali si sono potuti esemplarmente desumere nei giorni scorsi dai nuovi tg pluralisti, sembra arduo includere pure l’ emersione del sommerso. Dalla quale, come noto, si dovrebbero ricavare svariati miliardi di euro da destinare alla riduzione del debito pubblico, elemento non marginale visto che anche sulle condizioni di questo non circolano buone notizie. DI fatto, dopo due rinvii, le imprese che hanno presentato la dichiarazione di emersione erano fino a poche settimane fa meno di duecento, e i rispettivi lavoratori meno di mille. Se anche – miracolosamente – si moltiplicassero entro giugno per dieci o per venti, si tratta di cifre trascurabili rispetto alle migliaia di imprese, e alle centinaia di migliaia di lavoratori, che il governo prevedeva sarebbero corsi a mettersi in regola con il fisco e con gli istituti di previdenza. A fronte di cotanto flop, la scadenza per la presentazione delle dichiarazioni è stata da poco nuovamente rinviata: ora è fissata al novembre 2002. Le ragioni di simile inefficacia si possono certo ritrovare, in parte, nella specifica natura dei provvedimenti di legge che hanno disegnato la nuova disciplina per l’ emersione del sommerso (in particolare la legge no. 383/2001, la no. 409/2001, e la finanziaria no. 448/2001). Quelli introdotti dai governi di centrosinistra avevano in effetti sortito risultati un po’ migliori. Ma il vizio di fondo dei provvedimenti antisommerso è quello di fondarsi su una immagine del tutto irrealistica del fenomeno. Che a ben guardare, nella percezione collettiva non è sommerso per niente. Milioni di persone fanno ogni giorno esperienza diretta dell’ economia sommersa. Ogni giorno è normale per un potenziale cliente sentirsi chiedere dal carrozziere, dall’ impresario che ristruttura l’ alloggio, dal chirurgo che deve eseguire un’ operazione nel privato, dal progettista di siti web, dal giardiniere del pratino condominiale, se vuole la fattura oppure no. Ovviamente otto o nove volte su dieci il potenziale cliente risponde che no, perché la differenza di costo a suo favore può toccare anche il 30 o il 40%. Migliaia di imprenditori sono pronti ad affermare che nella loro impresa il sommerso non esiste, ma sono certi che tra i loro fornitori e colleghi ce n’ è in abbondanza, sciorinando dati precisi ed episodi certi. Decine di migliaia di tecnici e di altri lavoratori qualificati ricevono regolarmente in nero, ogni mese, un bonus dell’ ordine del 2530% del loro salario netto, perché la loro impresa non può assolutamente permettersi di perderli, ma nessuna delle due parti si sentirebbe di sostenere gli oneri fiscali e contributivi derivanti da tale supplemento di retribuzione. In diverse regioni italiane decine di migliaia di famiglie – madri e figli, nonni e nipoti, cugine e cognati – lavorano in nero in numerosi settori dell’ industria a domicilio. Poi ci sono ovviamente i laboratori clandestini dove ragazze cinesi o siciliane confezionano capi d’ abbigliamento per 10 o 15 euro al giorno, o le cooperative di lavoro i cui cosiddetti soci o socie sono di fatto dipendenti sottopagati. Come mai non si riesce a contrastare, o quanto a meno a regolare in qualche misura, un fenomeno che sta sotto gli occhi di tutti? Finora nessun paese, sia detto, ha mai trovato una soluzione efficace al problema dell’ economia sommersa. Ma un primo passo necessario per cercare soluzioni consiste nel riconoscere che, al presente, l’ economia sommersa non è affatto un’ economia parallela, estranea all’ economia formalmente registrata e anzi, nei confronti di questa, illecitamente concorrenziale. Al presente l’ economia sommersa è una componente intrinseca, organica, sistematica, strettamente complementare dell’ economia formale e perciò da questa del tutto inseparabile. In questo caso non soltanto la mano destra conosce benissimo quel che fa la sinistra; ma se provasse a tagliarla (a parte la sgradevolezza dell’ operazione) si troverebbe subito dopo essa stessa paralizzata. I canali attraverso i quali flussi ininterrotti di beni e servizi passano dall’ economia formale a quella sommersa o informale (come molti ricercatori credono sarebbe meglio chiamare l’ economia sommersa), e viceversa, sono molteplici. Il principale è la progressiva frammentazione di ogni tipo di attività produttiva in segmenti sempre più piccoli e specializzati, affidati tramite contratti di subappalto e subsubappalto ad aziende sempre più piccole e specializzate. Essa è spinto dall’ imperativo – che è poi lo stesso soggiacente a ogni richiesta di flessibilità – di usare soltanto la forza lavoro necessaria in quel momento. In un cantiere edile, ad esempio, non esistono praticamente più muratori dipendenti da una sola impresa che compiono tutte le operazioni richieste per costruire un edificio. Esiste un’ azienda che fa lo scavo, una seconda che prepara le gabbie di tondino, una terza che mescola e getta il cemento, una quarta che si occupa della carpenteria del tetto e così via. Compiuta la sua parte di lavoro, l’ azienda subappaltante se ne va da un’ altra parte – sperando di trovare un altro committente. Modelli organizzativi analoghi si ritrovano nell’ industria meccanica, nell’ informatica, nell’ editoria, nei lavori stradali come in molti altri settori. Quanto più piccola l’ azienda subappaltante, tanto più è probabile che ricorra alla sottofatturazione e all’ impiego di lavoro irregolare. Non necessariamente sottopagato: dipende dal livello di qualificazione dei lavoratori richiesti. L’ impresa capocommessa può anche non saperne nulla (benché siano rari gli imprenditori così ingenui); ma se tutte le sue subappaltanti lasciassero cadere dall’ oggi al domani la loro quota di economia sommersa o informale, l’ impresa stessa chiuderebbe in quarantott’ ore. Un altro canale di scambio tra i due comparti dell’ economia è costituito dalla grande varietà di contratti di lavoro atipici, giusto quelli che la riforma del mercato del lavoro voluta dal governo vorrebbe ancora aumentare a dismisura. Allorché il lavoro diventa per contratto precario, malpagato, imprevedibile, difficilmente conciliabile con la vita familiare, perché mai sostenere anche i costi fiscali e previdenziali di quel contratto? Conviene decisamente farne a meno, pensano in tanti, e passare in tutto o in parte nel rango dei milioni di lavoratori irregolari. Va infine menzionato il fenomeno della competitività tra le aziende ricercata soprattutto nella compressione del costo del lavoro, più che nella produttività o nell’ innovazione del prodotto o del servizio. Vi sono, ad esempio, enti locali che avendo fatto delle gare per servizi di pulizia senza limiti al ribasso, si sono visti offrire detti servizi a 4,50 euro l’ ora per addetto. È pensabile che con tale livello di retribuzione qualcuno sia disposto a pagare pure l’ Irpef, i contributi previdenziali, le addizionali regionali e simili? Le imprese contemporanee hanno sviluppato, nel nostro paese come in altri paesi avanzati, un sistema economico che per sopravvivere ha bisogno come dell’ ossigeno d’ una grossa quota di economia sommersa o informale o irregolare che dir si voglia. Per ragioni mille volte ricordate, in via di principio qualche iniziativa per contrastare il sommerso è necessaria. Ma se non si parte dal presupposto che non si tratta d’ un altro pianeta, ma piuttosto di un’ altra faccia – nemmeno tanto nascosta – dell’ economia che si è deliberatamente mirato a sviluppare negli ultimi lustri, la sua emersione, al netto di quelli che decidono invece di immergersi, come avvenne su larga scala nei primi anni ’90, resterà una chimera.