La vita grama dei 150 mila praticanti

14/06/2011


Una fabbrica della disoccupazione, un parcheggio in attesa di altre occasioni


Questa mattina, in Italia, oltre 150mila praticanti si sono alzati di buonora, hanno bevuto un caffé e si sono precipitati in ufficio. Nessuna legge lo prevede ma oltre il 76,8% di loro deve rispettare un orario fisso e la media è quella dell’impiego fulltime: 38 ore settimanali. Un esercito giovane, per il 55% composto da maschi, concentrati prevalentemente al Nord (58,6%), al Centro (26,9%), e in minima parte al Sud (14,5).
Li aspettano giorni difficili: tribunali e udienze per gli aspiranti avvocati; calcoli per i commercialisti; studio di volumi indigesti per i notai; sedute in ospedale per i medici e una maggiore pratica sul campo per le professioni più tecniche, ma tutti hanno imparato sulla loro pelle che l’impegno non sempre paga. A fine mese il 33,1% non porterà a casa alcun reddito, il 31,7 meno di 400 euro, il 20,7 tra i 400 e gli 800, l’11,7 tra gli 800 e i 1.600 e solo il 2,8% più di 1.600.
Questi dati emergono dal Rapporto realizzato dall’Ires dal titolo "Professioni: a quali condizioni?", e rivelano la realtà di un Paese dove il lavoro è un privilegio, ma il lavoro giovane lo è ancora di più. Soprattutto quando l’ingresso nel mercato non avviene in modo diretto, nel normale scambio tra domanda e offerta di prestazioni, ma passa attraverso l’ennesimo strumento formativo. Avviene così che la pratica può arrivare a trasformarsi in un limbo temporale, «una fabbrica della disoccupazione – come spiega il consigliere del Consiglio Nazionale Forense, Andrea Mascherin – dove il giovane rimane parcheggiato in attesa di altre occasioni».
«Nel panorama forense – continua Mascherin – i praticanti sono quasi 87mila, di cui 54mila semplici e 32mila già abilitati con il patrocinio. Si tratta di un numero elevatissimo, quasi pari ai 130mila avvocati effettivi. Questo impone di tentare una strada di riforma, come chiesto più volte dal Cnf, che cerchi di regolamentare maggiormente il fenomeno».
In effetti, proprio il Consiglio Nazionale Forense si è battuto affinché nell’attuale riforma in discussione alle Camere fosse riconosciuto per legge un «adeguato compenso» al praticante. Purtroppo, nel passaggio di approvazione del testo al Senato l’adeguato compenso è stato trasformato in un «rimborso congruo», lasciando di fatto le cose così come sono.
Gira in modo un po’ diverso il mondo dei commercialisti, dove, dalla riforma del 2005 è stato previsto che il giovane possa svolgere due dei tre anni di tirocinio già durante gli studi universitari, una soluzione utile per accorciare i tempi di ingresso alla professione che sarà resa effettiva dal prossimo corso di studi, quello che avrà inizio nel settembre 2011.
«Da quest’anno – commenta il consigliere nazionale dell’Ordine dei commercialisti, Andrea Bonechi – gli studenti che iniziano il triennio universitario devono scegliere dove fare il biennio di tirocinio convenzionato con gli ordini locali».
Seguendo questa strada tutti gli atenei italiani hanno siglato accordi con i vari ordini dei commercialisti per avviare delle partnership formative. Un’altra soluzione, sostenuta con forza dai commercialisti, è la realizzazione delle cosiddette società di lavoro professionale, una nuova forma di composizione societaria che non si basa sul capitale, ma sul lavoro. In questo modo, anche i più giovani possono entrare nell’azionariato senza mettere denari ma ricevendo un compenso in percentuale con gli altri soci sulla base dei lavori fatti.
«Questa fattispecie societaria – spiega Bonechi – annulla di fatto la figura del lavoratore parasubordinato ed offre importanti chance anche ai nuovi entrati».
Una difficoltà di inserimento maggiore, ma inizi più facili caratterizzano invece i primi passi dei notai. In questo caso le sedi sono limitate e vengono assegnate direttamente dallo Stato. Negli ultimi dieci anni il ministero della Giustizia ha bandito circa 1.800 nuovi posti da notaio. Per accedervi, gli aspiranti sono chiamati a 18 mesi di praticantato, 6 dei quali nel corso dell’ultimo anno di università. Il problema, in questo caso, sono i tempi perché una volta sostenuto il concorso, tra prova scritta e orale, relative correzioni e assegnazione della sede, possono passare anche tre anni.
Un tempo infinito che un giovane può sostenere solo se appoggiato economicamente dalla famiglia oppure se riesce a ottenere una delle borse di studio messe a disposizione dalla Fondazione del Notariato. È quello che è accaduto ad Antonio Piccolo, 31 anni, vincitore del concorso nel 2009 e assegnatario di sede ad Abbadia San Salvatore solo il mese scorso.
«Dal 2008 al 2010 – racconta – ho beneficiato di una delle 30 borse di studio messe a disposizione dal consiglio notarile. Era una borsa triennale di 15 mila euro l’anno, quasi come uno stipendio. Senza questo aiuto, mantenersi negli anni di attesa è molto difficile per i meno abbienti che non hanno il supporto della famiglia».
Diverse sono invece le problematiche dei medici, che devono superare una specializzazione lunghissima (anche sei anni) nel corso della quale sono però retribuiti, o degli ingegneri, per i quali non sono previsti periodi di formazione ma solo l’obbligo di sostenere l’esame di stato. Per tutti, comunque, il tirocinio equivale a un’occupazione a tempo pieno, nel corso del quale il 24% dei praticanti non svolge attività attinenti al proprio lavoro e addirittura il 91,6% si sente poco soddisfatto e scarsamente realizzato. Del resto, lo diceva Calvino, alle volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane.