La via maestra dell’occupazione? È l’apprendistato per i giovani

08/11/2010

È destinato a diventare il canale preferenziale d’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. È stata firmata qualche giorno fa l’intesa tra il Governo, regioni e 36 associazioni sindacali e datoriali, sul contratto di apprendistato, che rilancerà lo strumento.
Quanti sono
L’intesa denuncia il ricorso, non sempre corretto, che le imprese fanno di stage e tirocinii e delle collaborazioni a progetto, in alternativa ai quali impegna i contraenti a privilegiare l’apprendistato. Si aprirà così una nuova stagione per questa formula che, dopo anni di successi, ha visto negli ultimi tempi calare il suo utilizzo e diminuire i soggetti coinvolti: si è passati dai 645.986 contratti attivati nel 2008 ai 567.842 del 2009, con una riduzione secca di ben 78.144 unità.
Le tre tipologie
L’apprendistato, nelle sue tre tipologie previste dal decreto legislativo 276/2003, sarà il principale canale d’ingresso dei giovani nel lavoro, secondo percorsi di qualità utili a valorizzare le competenze delle persone e sostenere la produttività. E questo in un contesto in cui è ancora alto nel nostro Paese il numero di giovani (quasi due milioni), senza lavoro e non inseriti in percorsi educativi o formativi. Inoltre va segnalato che, nonostante le leggi e i contratti prevedano un certo monte ore di formazione in aula, solo poco meno del 20% degli apprendisti riceve una qualche offerta di formazione. Oltre alla prima tipologia, quella dell’apprendistato per l’esercizio del diritto-dovere dell’obbligo formativo, le due formule su cui si punta sono l’apprendistato professionalizzante e dell’apprendistato in alta formazione, che coinvolge i diplomati ma anche laureati e dottorandi.
Una scommessa
L’intesa inoltre può essere considerata una scommessa per proteggere questa formula da alcune turbolenze di fondo. I contraenti si danno infatti un anno di tempo per arrivare al monitoraggio delle normative che ciascuna regione ha istituito, per raggiungere una omogeneizzazione delle norme, che riconosca l’importanza della formazione formale in aula e in azidenda, l’intervento degli enti bilaterali, il ruolo dei fondi interprofessionali e la tracciabilità del percorso sul libretto formativo di ciascun giovane.
L’età degli apprendisti
Si va dai 15 anni ai 29 anni, anche se le due tipologie oggetto dell’intesa vanno dai 18 ai 30 anni meno un giorno. La durata invece va dai 18 mesi a un massimo di sei anni. Le durate sono disciplinate dai contratti collettivi e dagli accordi interconfederali, che sostituiscono la mancata regolamentazione della materia da parte delle regioni che non vi hanno ancora provveduto.
Problemi aperti
Restano ovviamente aperti diversi problemi, che dovranno essere affrontati nei prossimi 12 mesi, per arrivare a una formulazione della normativa che allinei tutte le regioni e le diverse esperienze che, sotto la clausola dell’autonomia degli enti locali sulla materia, hanno creato molte differenze nell’istituto. Una questione è quella di arrivare ad avere degli standard comuni nel sistema delle qualifiche professionali, che cancelli i paradossi della territorialità di alcuni profili: una qualificazione professionale non può valere solo per un territorio e non valere nel territorio accanto. Un altro problema è quello di arrivare a una quota di formazione minima garantita di tipo formale in aula e a una quota di formazione formalizzata in azienda. Su questo punto vi è aspro dissenso tra le parti sociali sulla possibilità di assolvere all’obbligo scolastico a 15 anni con l’apprendistato, introdotta nel recente Collegato lavoro, che abbassa l’età lavorativa dai 16 ai 15 anni.
Incentivi
Gli apprendisti sono portatori di uno sgravio contributivo che spesso non è noto alle stesse imprese. Oltre allo sgravio che prevede un contributo del 10% sulla retribuzione imponibile ai fini previdenziali, ulteriori sperimentazioni di maggior favore sono possibili anche a livello locale per i due livelli di apprendistato professionalizzante e di apprendistato in alta formazione.