La vera storia del declino evitabile

14/03/2003





 
   

14 Marzo 2003
ECONOMIA




 
La vera storia del declino evitabile
Seminario della Fondazione Di Vittorio sull’Italia e il commercio mondiale
PAOLO ANDRUCCIOLI
Perché l’economia italiana non va? Perché il sistema produttivo non è competitivo? Provano a spiegarlo tre studiosi Patrizio Bianchi, Marcello Messori e Paolo Onofri in un saggio scritto per la Fondazione Giuseppe Di Vittorio («Problemi di competitività del sistema produttivo italiano», disponibile sul sito http://fdv.reloadlab.it) e presentato ieri a Roma. Le analisi di Messori e Onofri in particolare partono da lontano per scandagliare i «fondamentali» dell’economia alla luce delle novità dell’oggi, prima fra tutte l’euro e la collocazione dell’Italia nel contesto Ue, novità che impediscono alle imprese italiane di far ricorso alla svalutazione della moneta, agli aiuti a pioggia dello Stato e alle politiche salariali restrittive. Non potendo giovarsi delle leve del passato, le imprese nostrane mostrano oggi tutta la loro debolezza in termini di competitività, mentre la fine del sistema pubblico (Iri e partecipazioni statali) ha determinato anche la fine della ricerca e sviluppo. Le piccole e medie imprese, cuore del sistema italiano, non sono in grado di investire in ricerca. Risultato: debolezza nel mondo. Basta dare uno sguardo ai dati del commercio estero mondiale, come suggerisce Paolo Onofri, e al ruolo che in quel contesto svolgono le importazioni italiane per capire l’incerta collocazione soprattutto nei settori industriali più avanzati. Leggere quei dati (riportati nel sito della Fondazione), ci fa capire la debolezza del sistema produttivo italiano che mostra di essere più di altri paesi esposto alla congiuntura dei mercati anche se in alcune zone risultiamo secondi o terzi in termini di esportazione. Succede per esempio in Cina dove nel settore delle macchine elettriche l’Italia è seconda dopo la Germania.

Marcello Messori fa lo sforzo di andare oltre i luoghi comuni e parla di occasioni mancate per il sistema produttivo italiano. La crisi attuale non si può dunque attribuire interamente al governo di centro destra che peraltro sta vistosamente accelerando il declino piuttosto che fermarlo. In sostanza il «bivio» storico per l’economia italiana si è palesato già negli anni Settanta al momento della crisi. In quegli anni si poteva uscire dallo shock in due modi: puntare lo sviluppo sulla flessibilità del lavoro, su bassi salari relativi e su una specializzazione produttiva appiattita sulla piccola e media immpresa. Oppure si sarebbe potuto mirare a uno sviluppo fondato sul recupero di competitività della grande impresa, puntando sull’attività di ricerca e sviluppo e su un progressivo salto di qualità del modello di specializzazione. Come è evidente la strada imboccata dall’Italia è stata la prima. Oggi si pagano tutte le conseguenze.

L’altro passaggio storico c’è stato negli anni Novanta. Con i governi di centro sinistra l’Italia ha affrontato la questione del debito pubblico (tremendo lascito degli anni Ottanta), il risanamento, la razionalizzazione fiscale, fino ai sacrifici per entrare in Europa. I governi di centro sinistra hanno impostato il lavoro (che oggi viene smantellato pezzo per pezzo dalla destra). Ma la sinistra non lo ha portato a termine. Anche le privatizzazioni sono riuscite solo quantitativamente, ma non hanno cambiato in meglio il sistema (vedi per esempio i servizi di pubblica utilità). Il problema della «competitività» si complica e paradossalmente il governo ultraliberista mette in campo oggi politiche neostataliste e accentratrici. La sinistra deve rinunciare così per sempre al ruolo dello Stato in economia? E come si concilia la battaglia per il mantenimento di un welfare efficiente con la necessità impellente di «ringiovanire» l’economia? E’ possibile, infine, affrontare la questione della mobilità sociale uscendo dai luoghi comuni della flessibilità imposta? La discussione è appena cominciata.