La vera sfida al posto fisso – di Mario Pirani

18/02/2002


Pagina 1 – Prima Pagina
La vera sfida al posto fisso
MARIO PIRANI

LA QUESTIONE della modifica dell�art.18 dello Statuto dei lavoratori � stata sovraccaricata di significati ambivalenti, sia da parte del governo, sia da parte dei sindacati, sia, infine, nell�ambito della sinistra, da parte della Cgil, del suo leader e di quanti lo vorrebbero alla guida dei Ds. Gli esiti di tutto ci� potrebbero rivelarsi abbastanza nefasti, anche se nelle ultime ore si sta profilando un auspicabile compromesso. �, quindi, opportuno chiarirsi anzitutto le idee. Punto di partenza � se il recesso unilaterale dal rapporto di lavoro vada considerato assolutamente sciolto da vincoli, secondo il principio liberale della parit� – puramente formale – tra le parti, nonch� della loro autonomia contrattuale. Non � senza significato storico se l�assoluta libert� di recesso e, quindi, di licenziamento trov� il suo primo fondamento in un decreto legge del 13 novembre 1924, nel pieno della stagione susseguente al delitto Matteotti.
SEGUE A PAGINA 12


Pagina 12 – Esteri
L�articolo 18 e la sfida al posto fisso

ALLORA Mussolini imbocc� la strada del consolidamento dittatoriale del regime, formulata compiutamente solo qualche settimana dopo, nel famoso discorso del 3 gennaio ’25 (sia chiaro che non sto suggerendo un paragone forzato ma solo individuando un�ssonanza su atti che riflettono la preminenza confindustriale, anche ideologica, sulla politica governativa, in determinate fasi storiche). N� il compromesso corporativo, sancito dalla Carta del lavoro del ’27 cambi� nel tempo la sostanza di questo orientamento, tanto che il Codice civile del ’42, ribad� il principio di piena rescindibilit� del rapporto di lavoro, sia da parte dell�imprenditore che… del dipendente.
Solo la sconfitta del fascismo e, soprattutto, l�entrata in vigore della nuova Costituzione con il ritorno al libero sindacalismo porteranno negli anni, attraverso leggi e contratti, alla elaborazione e applicazione di un diritto del lavoro che parte dal riconoscimento di un "soggetto svantaggiato" e, quindi, bisognoso di una tutela particolare, soprattutto "al fine ultimo d�assicurare a tutti la continuit� del lavoro" (sentenza della Consulta del ’66). L�acme di questo rovesciamento d�indirizzo fu lo Statuto dei lavoratori (legge 300, 20 maggio ’70), che qualific� la natura riformatrice e il valore della presenza socialista nel primo centro-sinistra.
Esso, tra l�altro, stabiliva, all�art.18 ora contestato, il reintegro al lavoro del dipendente licenziato senza giusta causa o giustificato motivo. Per le unit� produttive al di sotto dei 15 addetti la tutela obbligatoria sussiste, per�, solo in termini monetizzabili.
Il prevalere della difesa del posto di lavoro sulle ragioni dell�impresa, se ampli� la sfera dei diritti sociali e la forza del sindacato, gener� col tempo anche conseguenze negative. Da un lato le grandi e medie aziende recuperarono la loro produttivit� investendo in tecnologie sostitutive della manodopera; dall�altro, un numero sterminato di piccole imprese preferirono non crescere oltre i 15 dipendenti; si ampli�, inoltre, in modo abnorme, l�area del lavoro nero. Si apr�, quindi, una evidente divaricazione tra salvaguardia piena dei lavoratori occupati e attesa delusa di quelli disoccupati. La competitivit� internazionale delle aziende italiane risult� affievolita dalla rigidit�.
In concomitanza temporale con lo sforzo per entrare nell�euro, nel nostro paese sono state introdotte, sia per via di accordi che per legge, una serie di misure che hanno facilitato notevolmente il recupero di una significativa flessibilit�, soprattutto all�entrata. Quasi tutta la nuova occupazione � dovuta a queste misure. Ci� detto la rigidit� resta ancora eccessiva e all�uscita � praticamente nulla.
Qui si colloca l�iniziativa di Berlusconi e Maroni che, di primo acchito, sembra rispondere alla esigenza di ridare alle imprese la propensione ad assumere, con l�abolizione dell�obbligo di reintegro in almeno tre casi: a) lavoratori in nero che l�azienda provvede a far "emergere", b) dipendenti con contratto a tempo determinato (a termine, parziale o altro) che ottengono un contratto a tempo indeterminato, c) nuovi assunti, per i primi due anni, di aziende che decidono di superare la soglia dei 15 dipendenti. Apparentemente si tratta d�innovazioni ragionevoli e, in parte, ma solo in parte, lo sono. In particolare quella sull�incremento dei dipendenti delle micro imprese.
Quel che preoccupa grandemente �, per�, l�altra faccia della medaglia, nascosta nella libert� di licenziamento di quei lavoratori che passassero da un contratto a tempo determinato a uno a tempo indeterminato.
Quando il passaggio avvenisse questi lavoratori fruirebbero di diritti dimezzati nei confronti di quelli assunti prima nella stessa fabbrica: gli uni potendo essere licenziati liberamente e gli altri no. L�eguaglianza dei cittadini di fronte alla legge ne verrebbe lesa, il che getta un�ombra di incostituzionalit� sull�atto che il governo vorrebbe introdurre per delega.
Sul piano del mercato del lavoro, poi, il varco aperto si rivelerebbe ben pi� ampio di come viene prospettato: gli imprenditori in breve non farebbero che assunzioni a termine, per trasformarle, subito dopo, negli agognati contratti a tempo indefinito, che, per�, avrebbero incorporata per legge la clausola del libero licenziamento. Nel volgere di qualche anno i lavoratori italiani si ritroverebbero, da questo punto di vista, nelle condizioni del ’24. Il che spiega l�ostilit� dichiarata delle tre Confederazioni al provvedimento, anche se sono divise sulla strategia per contrastarlo.
Questa ostilit�, peraltro, ha anche un�altra causa che trae origine dalla motivazione politica dell�iniziativa governativa. Essa � stata presentata, del tutto inaspettatamente, nel bel mezzo di una fase positiva di trattative fra governo e sindacati proprio sui punti del Libro bianco proposto da Maroni (collocamento, lavoro interinale, part-time, partecipazione, ecc). L�affondo del ministro, accompagnato dalla richiesta impositiva di delega al governo, � apparso inspiegabile. Le interpretazioni sono state svariate. Alcuni vi hanno visto la mano di un gruppo di consiglieri del dicastero ex socialisti che fanno capo al sottosegretario Sacconi, i quali avrebbero immaginato di poter "ripetere" San Valentino, la fortunata e coraggiosa iniziativa di Craxi sulla scala mobile, dividere i sindacati, modificare i rapporti di lavoro. Se cos� fosse non hanno tenuto conto che non basta dirsi craxiani per ereditare il peso e l�intelligenza politica del leader scomparso, che l�art.18 non � la scala mobile e non ha gli effetti devastanti della contingenza unica, che il governo di Forza Italia non � percepito dal mondo del lavoro come il centro-sinistra a guida socialista, tanto � vero che quello riusc� a farsi seguire da Cisl, Uil e mezza Cgil.
Comunque, se anche questa supposta strategia ha giocato un ruolo, non credo sia stata determinante nello spingere a una rottura che potrebbe rivelarsi politicamente e socialmente abbastanza onerosa per il governo. La sfida ha invece un senso se la si legge, da un lato, come una esigenza di consenso e visibilit� di uno dei maggiori rappresentanti della Lega nel governo, nei confronti del core business del proprio elettorato, la piccolissima impresa della Padania; dall�altro – e questo riguarda Berlusconi, primo firmatario della legge delega – se la si colloca nel quadro del rapporto privilegiato tra l�attuale Confindustria e il governo, cos� come del do ut des che questo comporta. Per cogliere la valenza di questo aspetto � opportuno riflettere sulla accentuata politicizzazione che la presidenza D�Amato ha impresso all�organizzazione imprenditoriale, in quasi coincidenza con la vittoria della Destra alle elezioni. Di qui discende una preferenza per soluzioni dei problemi che passino attraverso la legge e, cio�, governo e maggioranza parlamentare, che attraverso il libero contratto fra le parti. Di qui, anche, il sostanziale declassamento della concertazione. Non vuol essere questa una critica (ognuno sceglie le strategie giudicate pi� convenienti) ma una constatazione che assume un profilo ancor pi� significativo se si avverte l�altro profondo mutamento che l�arrivo del dinamico industriale partenopeo ha rappresentato. Egli ha, infatti, trionfato nella battaglia per la presidenza alla testa di una coalizione che si identificava politicamente nell�universo lombardo e piccolo-imprenditoriale berlusconiano, sbaragliando il candidato di Agnelli, dato per vincente fino alla vigilia. Che la ferita non sia sanata lo provano gli aperti sarcasmi rivolti da D�Amato all�Avvocato per le rimostranze espresse al momento della defenestrazione di Ruggero e, se col Cavaliere c��stato poi un riavvicinamento in nome delle reciproche convenienze, questo non ha ricompattato il fronte confindustriale. I grandi, con in testa la Fiat, si rivelano contrari a una crociata sull�art.18, che a loro non interessa, perseguendo la speranza di ottenere, se mai, incentivi economici allo sfoltimento della manodopera; i piccoli, invece, seguitano a considerare la libert� di licenziare una meta da perseguire, con un anelito di vendetta sociale che sogna la sconfitta campale del sindacato.
Le divisioni a sinistra e nelle Confederazioni non sono da meno e riflettono, anche, le spaccature in seno all�Ulivo e ai Ds. Vediamole. Da questa parte si era tentato di contrapporre una risposta autenticamente riformista all�iniziativa del governo ed era stato insediato un gruppo di lavoro con Amato, Treu e alcuni dirigenti sindacali, politicamente vicini alla Margherita (Cisl) e alla Quercia (Cgil e Uil) che si era messo ad elaborare un progetto di riforma dello Statuto dei lavoratori come piattaforma del centro-sinistra, in risposta al progetto Berlusconi-Maroni. In particolare, mentre si accettava l�esigenza di maggiore flessibilit�, la si accompagnava con nuove soluzioni affidate all�istituto dell�arbitrato e, soprattutto, si studiavano quali coperture e ammortizzatori sociali introdurre per garantire i lavoratori nei periodi in cui restano disoccupati (� oggi questo l�anello pi� debole del nostro Stato sociale). Ma questa prospettiva, che presupponeva l�unit� dei sindacati, dell�Ulivo e della Quercia � stata mandata a gambe all�aria dal Congresso della Cgil, tutto incentrato sulla forzatura dello sciopero generale a scapito della compattezza delle forze del lavoro. Cofferati ha privilegiato cos�, a scapito della unit� sindacale, la coesione della sua organizzazione, ottenendo l�adesione anche delle correnti estreme, cosa che non avveniva dall�86. Lo sciopero generale � diventato fine a se stesso, un totem salvifico, non un mezzo tra gli altri per vincere la battaglia dell�art.18. � una strategia che si spiega con il desiderio di supplire all�incerta guida dello sparpagliato e rissoso schieramento di opposizione, che basta un Moretti a mandare in tilt, con una leadership sindacal-politica nettamente spostata a sinistra. Per questa strada si pu� solo soddisfare la legittima aspirazione identitaria di una minoranza degli italiani, vogliosi in cuor loro di opposizione permanente. Non certo vincere battaglie sindacali e politiche.
MARIO PIRANI