La vera posta in gioco – di Pietro Ichino

25/03/2002






Dietro la sfida sulla deroga all’articolo 18

LA VERA POSTA IN GIOCO

di PIETRO ICHINO

      Si è appena diradato il fumo degli spari di Bologna e lo scontro riprende subito, sostanzialmente negli stessi termini in cui lo avevamo lasciato martedì sera. L’attentato ha indotto il governo a riaprire la trattativa, la lotta al terrorismo è stata messa al primo posto nelle parole d’ordine della grande manifestazione di oggi promossa dalla Cgil, ma il duro confronto politico resta inalterato nei suoi contenuti essenziali. La maggioranza mantiene ferma l’iniziativa legislativa sull’articolo 18 dello Statuto «a dispetto dei santi» (parole di Bossi), cioè delle tre confederazioni sindacali maggiori, unite nel rifiuto. L’opposizione fa di questa scelta dell’avversario il detonatore per far esplodere tutte le preoccupazioni, di varia natura, che sono venute accumulandosi in una ampia parte dell’opinione pubblica in questi primi nove mesi di attività del governo Berlusconi. Pienamente legittime – non è superfluo ripeterlo in questo momento – l’una e l’altra posizione.
      Criticabili, però, entrambe per uno stesso aspetto: ciascuna delle due parti in conflitto sta più o meno consapevolmente ingannando i propri interlocutori sulla portata reale di quell’iniziativa legislativa.
      Li sta ingannando il governo, col presentare la deroga all’articolo 18 come un fattore rilevante di flessibilizzazione del nostro diritto del lavoro. Già il decreto del settembre scorso sui contratti a termine non aveva mantenuto le promesse di liberalizzazione della materia: il decreto ha infatti affidato ai giudici del lavoro di valutare caso per caso la sussistenza del «giustificato motivo» di assunzione a termine; e in questo campo l’incertezza dell’esito del giudizio pesa come un macigno sulle scelte di qualsiasi imprenditore: l’aumento dei contratti a termine, infatti, non si è visto. Ora il disegno di legge governativo prevede che il lavoratore assunto a termine in base a quel decreto, se viene poi stabilizzato, possa essere licenziato in un secondo tempo senza la protezione dell’articolo 18; ma nessun imprenditore assennato seguirà questo itinerario, sapendo che l’esenzione dall’articolo 18 dipenderà dalla valutazione del giudice circa il contratto a termine iniziale: proprio il fatto che il rapporto di lavoro a termine sia stato poi stabilizzato costituirà per il giudice un buon motivo per ritenere che la pattuizione iniziale del termine non fosse giustificata.
      Ancora più problematica è l’esenzione dall’articolo 18 prevista dal disegno di legge per il caso del lavoratore assunto irregolarmente e poi regolarizzato. Oggi, chi lavora «in nero» per un’azienda con più di quindici dipendenti, se viene licenziato, può chiedere al giudice la reintegrazione nel suo posto di lavoro come qualsiasi altro lavoratore. Secondo il disegno di legge, dal momento della regolarizzazione quel lavoratore perderebbe il diritto che l’ordinamento gli ha riconosciuto fino al giorno prima. Sono in molti a ritenere che la Corte costituzionale non consentirebbe un simile paradosso: la norma rischierebbe dunque di avere vita molto breve e nessun imprenditore assennato farebbe affidamento sulla sua tenuta.
      La realtà è che l’unica delle tre deroghe proposte dal governo destinata a produrre qualche – pur modesto – effetto è quella relativa alle aziende a ridosso della soglia dei quindici dipendenti. Cofferati, Angeletti e Pezzotta sanno bene quanto modesto possa essere quell’effetto. E perciò la mettono sul piano dei principi: la deroga costituirebbe una falla, piccola, sì, ma incompatibile con l’intero edificio del nostro diritto del lavoro. Anche questo è un inganno: altrimenti, i leader sindacali dovrebbero spiegarci come possa un diritto del lavoro degno di questo nome funzionare assai bene in Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna o Svezia, dove la legge non prevede la reintegrazione automatica e inderogabile del lavoratore licenziato. Dovrebbero, comunque, spiegare perché nel ventennio trascorso, per favorire l’occupazione dei giovani e dei lavoratori in mobilità, il movimento sindacale abbia lasciato passare tranquillamente deroghe al principio di stabilità del posto di lavoro e della parità di trattamento enormemente più incisive e più estese della deroga proposta oggi dal governo, come quelle che vanno sotto il nome di contratto di formazione e lavoro, stage di addestramento, «contratto di inserimento», di «reinserimento» e simili.
      Si risponde: è vero, quella deroga all’articolo 18 può avere solo effetti molto ridotti; ma se il governo vince questa battaglia, si apre la via ad altri suoi interventi più rilevanti, e non soltanto in materia di lavoro. Questo, dunque, e solo questo il vero punto. La deroga all’articolo 18 è usata da entrambe le parti soltanto come una posta in gioco simbolica; la vera questione è di politica generale.
      L’opposizione non ha solo il dovere etico, ma un preciso e vitale interesse politico – accentuato dalla tragedia di questi giorni – a chiarirlo fin d’ora: per non trovarsi inchiodata a una posizione di conservazione a oltranza del vecchio diritto del lavoro, che oggi può portare a un successo tattico nella partita col governo, ma a medio e lungo termine rischia di costituire per essa un
      handicap negativo di portata decisiva. E la partita sarà comunque ancora lunga.