La vera ferita politica è quella inferta alla Cgil – di S. Folli

01/07/2002

29 giugno 2002



La vera ferita politica è quella inferta alla Cgil

di STEFANO FOLLI

      L a tragedia di un uomo solo, Marco Biagi, si rinnova ed è ancora l’occasione per una frattura drammatica delle forze politiche. Uno scoop giornalistico ha dimostrato quello che molti temevano: l’unità del Paese contro il terrorismo è spesso solo una facciata, dietro la quale si gioca una partita violenta e cupa, fatta di colpi bassi e di propaganda. La conseguenza degli eventi delle ultime ore è che la Cgil e il suo segretario sono in grave difficoltà. Le «accuse dall’oltretomba», come le definiva ieri sera un dispaccio della France Presse, hanno l’effetto di «destabilizz are» il vertice della Cgil. Quale che sia il grado di solidarietà che l’intera sinistra italiana si è affrettata a offrire a Sergio Cofferati, il danno c’è ed è grande. Qualcuno tenta di gettare «fango» sul sindacato, come dice Rutelli? Qualcuno ha ordito un «indegno attacco», secondo le parole di D’Alema? Qualcuno che agisce «dall’interno delle istituzioni», come afferma Guido Calvi, legale del sindacato?
      Sono domande legittime, a cui dovranno dare risposta – si spera – le inchieste in corso. Ma dal punto di vista politico è stato proprio Cofferati a vedere più e meglio dei suoi difensori d’ufficio i rischi che la pubblicazione delle lettere comportano per la Cgil. Rischi tutt’altro che attenuati dalla liturgia della «solidarietà». Tanto che Cofferati ha preferito difendersi da solo. E lo ha fatto in modo pacato e determinato, senza nascondersi dietro un dito.
      C onsapevole che il nocciolo del problema e la minaccia di «delegittimazione» risiedono in particolare in una lettera. Quella indirizzata da Biagi al direttore generale della Confindustria, Parisi: «Non vorrei che le minacce di Cofferati (riferitemi da persona assolutamente attendibile) nei miei confronti venissero strumentalizzate da qualche criminale».
      Appena due righe. Ma così imbarazzanti che qualcuno le ha cancellate dal testo pubblicato sulla rivista della sinistra bolognese
      Zero in condotta ; mentre Repubblica ha avuto lo scrupolo di ripristinare il testo completo. Adesso il direttore della rivista, esponente di Rifondazione, ha spiegato che il colpetto di spugna aveva lo scopo di non distogliere l’attenzione del pubblico dal vero bersaglio dell’operazione: la mancata scorta di polizia al professore poi assassinato; il suo disperato quanto inutile appello alle autorità politiche e amministrative.
      Si tratta senza dubbio dell’altro aspetto della tragedia, eppure in qualche modo l’episodio era conosciuto ed era stato già motivo di polemiche. E’ comprensibile che tutti i gruppi dell’opposizione abbiano sottolineato con enfasi questo punto e cerchino adesso di rimettere sotto accusa il governo per le sue omissioni, come era avvenuto all’indomani dell’omicidio. Ma la novità delle lettere di Biagi è un’altra: quella che
      Zero in condotta ha cercato di occultare e che svela l’angoscia, il pensiero del riformista Biagi incalzato dalla Cgil.
      Q uesta novità Cofferati l’ha ben capita. A pochi giorni dal suo addio al sindacato; a pochissimi giorni, a meno di colpi di scena, dalla firma separata di Cisl e Uil sull’articolo 18; sullo sfondo delle divisioni interne ai Ds circa il giudizio sul ruolo della Cgil… le coincidenze potrebbero essere casuali, ma lasciano pensare. Di certo, Cofferati ha reagito con serietà ed efficacia. Ha replicato nel merito delle accuse di Biagi per proteggere se stesso, ma soprattutto il suo sindacato. Il cui isolamento rischia di accentuarsi, mentre l’abbraccio di Bertinotti finisce per spingere la Cgil più a sinistra, ne consolida l’anima intransigente.
      Ovvio che il centrodestra chieda di «abbassare i toni» e di non giocare allo sfascio del sindacato (Fini): nel momento in cui la nave è già nella tempesta, non c’è bisogno di aprire un’altra falla. Ma dietro questa prudenza un po’ sospetta, c’è chi (Bondi) chiede senz’altro a Cofferati di fare «un esame di coscienza». Se il governo Berlusconi dovrà rispondere della mancata scorta al professore, la vera ferita politica è quella inferta alla Cgil.