La Ue rivede le stime per il 2003

08/04/2003

ItaliaOggi (Primo Piano)
Numero
083, pag. 3 del 8/4/2003
di Giampiero Di Santo

È quanto emerge nel rapporto economico di primavera della commissione che sarà diffuso oggi.
La Ue rivede le stime per il 2003

Il pil a +1%, contro l’1,8% stimato e nel 2004 a +2,2%

Oscillerà intorno all’1% la crescita dell’Unione europea nel 2003. E nel 2004, il rallentamento dell’economia continuerà a produrre effetti negativi nell’Eurozona, perché il prodotto loro aumenterà solo del 2,2%, contro il 2,6% stimato in precedenza.

Abbondano le revisioni al ribasso delle previsioni sull’andamento del pil nel prossimo futuro e ieri è stata la commissione Ue, nel rapporto economico di primavera che sarà reso noto oggi, a scrivere che alla fine dell’anno in corso il pil dei 15 non supererà l’1% di aumento, invece dell’1,8% atteso.

Per l’Italia, gli uomini del presidente, Romano Prodi, parlano di un aumento del pil pari a circa l’1%-1,1%, con effetti negativi sui conti pubblici tali da fare temere che il rapporto tra indebitamento netto e pil finirà per superare il limite del 3% oltre il quale scattano le sanzioni previste dal trattato di Maastricht. Un’ipotesi che farebbe entrare l’Italia nel ristretto ma poco invidiato club dei paesi (Francia, Germania, Portogallo) che hanno già ricevuto la comunicazione dell’apertura di una procedura di infrazione per deficit eccessivo e che comunque si verificherebbe solo in assenza di interventi correttivi di finanza pubblica. E che secondo i pronostici del Fondo monetario internazionale è abbastanza remota, dal momento che gli esperti di Washington sono più ottimisti di quelli di Bruxelles sul prossimo futuro. Le proiezioni del Fmi indicano per l’Italia un aumento del pil pari all’1,1% nel 2003 e un’incidenza del disavanzo sul pil pari al 2,4%.

Per l’anno successivo, il Fondo attende un’ascesa del prodotto lordo di circa il 2,3% e un peso del deficit corrispondente al 2,3% del pil.

Per il momento, però, si tratta di stime tutte da verificare alla luce degli eventi bellici in Iraq e degli sviluppi del dopoguerra. Non a caso, al termine dell’ultima riunione del direttivo della Bce che ha lasciato invariati i tassi di interesse, il governatore Wim Duisenberg ha spiegato che per ora l’incertezza è tale da rendere inaffidabile qualsiasi previsione.

Duisenberg, perciò, è stato molto restio nello sbilanciarsi sulla crescita di Eurolandia nel 2003, mentre si è dimostrato meno avaro di informazioni sull’andamento dell’inflazione, che dovrebbe attestarsi intorno al 2% nell’anno in corso. Una cifra grosso modo in linea con quella fatta dalla commissione, che ha indicato il 2% per il 2003 e ha ridotto dall’1,8% all’1,7% la sua stima per il 2004. Gli uomini di Prodi, in ogni caso, sembrano particolarmente preoccupati per lo stato di salute dell’economia tedesca, vero gigante malato del Vecchio continente. Nel 2003, prevede l’esecutivo Ue guidato da Romano Prodi, il pil tedesco dovrebbe crescere solo dello 0,4% (contro l’1,4% indicato in precedenza) e accelerare al 2% (comunque lo 0,3% in meno) solo nel 2004. Mentre la Francia, in rallentamento quest’anno dal 2% all’1,1%, nel 2004 si avvicinerà al 2,1%, ben lontana dal +2,7% atteso. Ieri, del resto, il cancelliere tedesco Gerhard Schršder ha ammesso che lo stato di salute del sistema produttivo tedesco non è certo dei migliori. E ha aggiunto che la guerra in Iraq ha aggravato la situazione, al punto che anche il governo di Berlino si prepara a ridurre le non già brillantissime prospettive di crescita (+1%) attese per il 2003. ´Si può già vedere che la guerra in Iraq ha accresciuto l’incertezza in tutto il mondo, e le speranze di crescita si indeboliranno, se non saranno del tutto azzerate’, ha detto.

´Dobbiamo essere preoccupati per gli effetti che questa guerra avrà sull’economia mondiale’. Gli economisti tedeschi, comunque, non sono del tutto d’accordo con l’analisi del cancelliere, che ha attribuito al conflitto l’intera responsabilità delle difficoltà in cui versa l’economia tedesca. Molti pensano invece che buona parte del rallentamento, e soprattutto della minore competitività tedesca, sia da imputare alla lentezza con cui il governo di Berlino procede sulla strada delle riforme strutturali.