La Ue: pensioni da riformare subito

19/11/2002



            19 novembre 2002

            NORME E TRIBUTI
            La Ue: pensioni da riformare subito

            L’allarme nel rapporto della Commissione


            ROMA – «Senza uno sforzo più ampio per riformare il sistema», gli obiettivi europei fissati a Stoccolma e Lisbona, di innalzare da 58 a 63 anni l’età media di pensionamento e di far salire al 70% il tasso di occupazione della popolazione attiva entro il 2010, rischiano di restare «irrealizzabili». A sottolineare che molti Stati Ue, compresa l’Italia, devono assolutamente accelerare l’azione di riordino del sistema previdenziale è il «joint report» sulle «pensioni adeguate e sostenibili» elaborato dalla Commissione Ue per il Consiglio d’Europa. Che evidenzia anche come siano ancora scarse le garanzie per i lavoratori atipici: «Sembrano avere una copertura pensionistica solo minima». Tre i punti di approdo indicati: elevare l’età di pensionamento favorendo le forme flessibili e utilizzando, se necessario, anche disincentivi sui trattamenti anticipati; maggiore spazio alla previdenza integrativa senza però cancellare completamente gli assegni pubblici; adozione convinta del metodo contributivo. I suggerimenti del rapporto, elaborato dopo l’esame dei piani strategici sulla previdenza (presentati dai singoli Paesi a ottobre), non possono comunque essere considerati vincolanti, visto che a formulare richieste e nuovi obiettivi sarà proprio il Consiglio d’Europa nei prossimi mesi. Ma il documento è già all’esame dei vari Stati membri.
            In pensione più tardi e più occupazione. Per la Commissione occorre favorire al più presto l’aumento dell’età pensionabile e la crescita dell’occupazione. Nel primo caso la Commissione vede con favore le iniziative intraprese da alcuni Paesi, compresa l’Italia, per rendere flessibile l’età di pensionamento. Nel rapporto, poi, si suggerisce di dare più spinta alla previdenza integrativa e di rendere più stringente la relazione tra assegni pagati e contributi versati. La Commissione dà atto agli Stati membri di aver cominciato a misurarsi con la sfida della sostenibilità finanziaria dei sistemi previdenziali, ma aggiunge a chiare lettere che «la situazione non è ancora soddisfacente».
            Pensioni anticipate, anomalia italiana. La Commissione promuove l’Italia per l’inserimento nella delega-Maroni (all’esame del Parlamento) di criteri flessibili di pensionamento e di incentivi per favorire il rinvio delle uscite. Ma, di fatto, ribadisce che il ricorso ai pensionamenti anticipati è un’anomalia tutta italiana. E ricorda che resta possibile andare in pensione con 57 anni di età e 35 di contributi al contrario di Francia, Irlanda, Gran Bretagna e anche Germania (assegni a 60 anni solo con penalizzazioni) dove il prepensionamento praticamente non esiste. Per l’Italia conti a rischio. Nel documento si evidenzia come in Italia l’incidenza della spesa pensionistica sul Pil (ante-imposte) resti, nonostante i positivi effetti della riforma Dini, molto elevata: più del 3,5% in più rispetto alla media Ue con punte stimate al 13,9% nel 2010, al 14,8% nel 2020 e al 15,7% nel 2030. La Commissione fa poi notare che nel 2000 il saldo negativo del nostro sistema previdenziale pubblico ammontava al 3% del Pil e che tra il 2010 e il 2030 potrebbe salire al 4,5 per cento. Anche se Spagna (deficit tra il 5 l’8% nel periodo compreso tra il 2020 e il 2050) e Grecia (il 15,5% nel 2050) potrebbero ritrovarsi anche più indietro.
            «Subito la previdenza integrativa». Nel rapporto si afferma che lo sviluppo della previdenza integrativa è una strada obbligata. Si aggiunge però che «ci vorranno diversi decenni» prima che le forme private possano produrre «pieno effetto sui livelli di reddito» e, comunque, dipenderanno fortemente dalle «performance dei mercati finanziari». Nel rapporto vengono, poi, citati gli esempi di Olanda, Danimarca e Svezia dove per sviluppare i fondi pensione si è anche ricorsi ad accordi di settore tra le parti sociali.
            Il 52% degli europei teme per il futuro previdenziale. Il documento fa anche riferimento a un’indagine a campione condotta sulla popolazione europea: il 52% si attende un futuro di pensionato con molte difficoltà (il 50% in Italia) e il 30% non sa quale sarà la prospettiva dopo l’uscita dal lavoro.
            Marco Rogari