La Ue insiste: più riforme per il «welfare

19/02/2002
La Stampa web







(Del 19/2/2002 Sezione: Interni Pag. 2)
La Ue insiste: pi� riforme per il �welfare�
E Bruxelles prepara la parit� di diritti tra lavoratori interinali e a tempo indeterminato

Enrico Singer
corrispondente da BRUXELLES

Undici pagine piene di dati, di analisi, di tabelle e, soprattutto, di consigli. E’ il rapporto che la Commissione europea approver� gioved� su quanto l’Italia ha fatto, nel 2001, per realizzare i �Grandi orientamenti di politica economica� tracciati dall’Unione. E’ un bilancio, ma anche la base per le raccomandazioni che saranno espresse a giugno. Una specie di �pagella conclusiva� dopo quelle trimestrali gi� arrivate con risultati incoraggianti e inviti a fare di pi�. E anche questo giudizio di fine anno riconosce i progressi compiuti, ma suggerisce una serie di misure per rendere pi� solida e competitiva l’economia italiana. E’ un decalogo che parte dal mercato del lavoro – sul quale la Ue potrebbe intervenire presto con una riforma dell�attivit� interinale per tutti i Quindici paesi, dando a questi lavoratori gli stessi diritti di quelli a tempo indeterminato – e raggiunge la new economy e l’innovazione passando per la finanza pubblica e per lo snellimento della burocrazia. La premessa � che l’Italia nei prossimi anni ha di fronte a s� la �sfida simultanea� di ridurre e migliorare la spesa primaria riducendo al tempo stesso la pressione fiscale e realizzando il pareggio di bilancio. Il documento riconosce che, nel 2001, attraverso �una rigorosa esecuzione del budget� e �misure una tantum�, il deficit � stato limitato all’1,1-1,2 per cento del Pil, a fronte di una crescita economica che � stata dell’1,8-1,9 per cento. Un risultato positivo se si considera che la previsione era di chiudere con un deficit dello 0,8 per cento, ma a fronte di una crescita che era attesa a quota 2,9 per cento e che � precipitata di un punto per il generale raffreddamento dell’economia mondiale, gelata poi dall’effetto 11 settembre. Per mantenere questo risultato positivo anche nel 2002, secondo la Ue, bisogner� fare attenzione alla spesa sanitaria – che ha sistematicamente sfondato le previsioni a livello regionale – e �alle conseguenze del decentramento fiscale� che Bruxelles non riesce a valutare. �Ogni rallentamento nella riduzione del debito sarebbe motivo di preoccupazione�, dice il documento. La ricetta europea per tenere a bada il debito insiste molto sulla riforma delle pensioni e sullo sviluppo dei fondi integrativi. Ma anche su una politica del lavoro capace di rilanciare l’occupazione perch� la salute del sistema pensionistico dipende �in modo significativo dai tassi di partecipazione della forza lavoro�: in altre parole, dai contributi della popolazione attiva. E il mercato del lavoro italiano, nell’analisi europea, resta debole. La �segmentazione regionale� con forti disparit� tra Nord e Sud, la �bassa mobilit� e l’attuale meccanismo di contrattazione salariale che riflette �in modo insufficiente le differenze di produttivit� sono i principali imputati. In questo campo gi� ha suscitato polemiche tra gli imprenditori europei (con una presa di posizione negativa della Cbi, la Confindustria britannica) la possibilit� che la Commissione stia preparando – come ha scritto ieri il Financial Times – una riforma del lavoro interinale per tutti i Paesi Ue che dovrebbe equiparare i diritti dei dipendenti �in affitto� a quelli assunti a tempo indeterminato, con voci in busta paga come ferie e contributi pensionistici. Per ora � soltanto un�ipotesi, mentre il documento che verr� approvato gioved� riconosce che il governo italiano ha presentato un pacchetto di riforme �che sembra andare nella direzione di affrontare parte dei principali problemi strutturali�, anche se attende di giudicarle �quando saranno attuate�. Un punto debole del sistema-Italia �, poi, lo sviluppo di un’�economia basata sulla conoscenza� che � ancora �in uno stadio preliminare�. E’ scarsa – e �particolarmente preoccupante� – la disponibilit� di risorse umane qualificate, sono insufficienti i mezzi finanziari investiti nella ricerca e nell’innovazione e la prova � che �l’Italia resta specializzata nei settori tradizionali dell’industria�.




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