La Ue: in pensione solo a 65 anni

29/11/2001

Il Sole 24 ORE.com

    Nuovo appello di Bruxelles mentre Maroni conferma: il Governo non ritira la delega sull’art. 18

    La Ue: in pensione solo a 65 anni
    D’Amato: il sindacato non sprechi l’occasione delle riforme
    ROMA – In Europa tutti in pensione non prima dei 65 anni di età: questa per la Commissione Ue è l’unica efficace opzione per riformare la previdenza e soprattutto per frenare i ritiri anticipati dal lavoro. Bruxelles inoltre chiede «più rigore ai grandi Paesi» sui conti pubblici. Il presidente di Confindustria D’Amato, intanto, invita i sindacati a proseguire il dialogo sociale senza tabù e a non perdere l’opportunità delle grandi riforme: se Cgil, Cisl e Uil «vogliono essere classe dirigente non posso sottrarsi alla responsabilità del confronto». D’Amato poi ripete che senza interventi strutturali sulle pensioni il Tfr non si tocca. Il Governo, dopo un vertice tra Berlusconi, Fini e Letta, ribadisce che sulle sulle riforme non si torna indietro. Sull’articolo 18 il ministro Maroni dice no ai sindacati e conferma la delega, ma è disponibile a valutare «proposte alternative concordate dalle parti sociali». I sindacati ribadiscono che lo sciopero non è politico. E sulle pensioni la Cgil attende la proposta del Governo mentre la Cisl si dichiara pronta al confronto.
    Giovedí 29 Novembre 2001
SERVIZI a pag. 8 e 9
 

Per la Ue alzare l’età è l’unica soluzione incisiva: servono misure per frenare i ritiri anticipati dal lavoro
«Mai più in pensione prima dei 65 anni»

(DAL NOSTRO INVIATO)

BRUXELLES.  Rendere effettivo l’aumento a 65 anni dell’età pensionabile in Europa è l’elemento più importante per disinnescare la bomba demografica che incombe sul nostro futuro e ridurre i costi del sistema previdenziale. Anche orientamenti che comportino un rafforzamento del secondo e terzo pilastro e una minore generosità del sistema pensionistico pubblico possono avere un impatto, ma meno accentuato, sulla sostenibilità futura del sistema pensionistico. A queste conclusioni è giunta un’analisi
della Commissione europea, all’interno di un corposo studio riguardante «Prospettive e sfide politiche per l’economia europea».
La sezione riguardante le pensioni cerca di delineare diversi scenari di riforma pensionistica, per valutare l’impatto dei diversi fattori su costi ed effetti di lungo periodo. L’analisi riguarda l’Unione europea nel suo insieme e non entra nel dettaglio dei singoli Paesi. Ma ne scaturisce
un messaggio: la inderogabilità necessità di riforme incisive. Senza una
revisioni degli attuali sistemi, soprattutto per ridurre l’uscita anticipata di lavoratori dal ciclo produttivo, gli oneri aggiuntivi
per i bilanci pubblici rischiano di essere molto pesanti con inevitabili
ripercussioni sulla crescita e sull’equa ridistribuzione dei redditi.
Lo studio della Commissione evidenzia come fattore chiave il ritorno dall’attuale età pensionabile effettiva media di 58 anni nell’Unione europea ai 65 anni teoricamente previsti dai sistemi previdenziali nazionali. In sostanza, il fattore di riforma più efficace è applicare i tetti esistenti in modo più perentorio, riportando gradualmente nei prossimi dieci anni, l’età pensionabile reale sempre più in linea con il massimo fissato dalle leggi, come avveniva all’inizio degli anni 60.
«Per quanto riguarda i benefici fiscali - osserva il rapporto di Bruxelles - le spesa pubblica per le pensioni si riduce approssimativamente di un punto percentuale di Pil annualmente, per ogni anno addizionale lavorato prima della pensione».
Quest’opzione permette infatti di aumentare il Pil pro capite dell’8,7% nel
2030 e del 13,1% nel 2050 rispetto a uno scenario a politiche invariate; l’aumento della spesa previdenziale sarebbe limitato nella Ue al 10,5% del Pil del 2000 e al 13,4% nel 2050 (rispetto al 17,6% altrimenti previsto), la quota di contributi trattenuti dai salari salirebbe poi dal 16,1 al 20,5% nel 2050 (contro il 27% senza interventi). Risultato? L’incremento
dell’età effettiva di pensionamento è per lo studio «l’unica opzione
incisiva di riforma: si ottiene una forte spinta della crescita, si riduce la pressione sui bilanci pubblici e può essere assicurata la sostenibilità politica in termini di distribuzione del reddito». La Commissione
non trascura altri interventi, come il passaggio a sistemi previdenziali
misti, con il ricorso a una quota del 25% dei fondi pensioni, e «minore generosità» del sistema pubblico. Il loro impatto appare però più limitato, anche se Bruxelles continua ad auspicare un approccio combinato sui diversi fronti. Lo studio della Commissione analizza anche l’impatto degli investimenti in Eurolandia e dell’integrazione dei mercati finanziari sull’economia comunitaria, auspicandone l’accelerazione: ed esamina il cruciale impatto delle tecnologie dell’informazione nella crescita
futura. Quanto alla disciplina di bilancio e patto di stabilità il rapporto invoca maggiore rigore da parte dei Grandi paesi. Il rapporto osserva, infatti che «alcuni Paesi della zona euro mostrano una costante
riduzione dei propri deficit strutturali; in altri, invece, tra i quali i grandi Paesi, il processo di consolidamento è molto lento».
L’analisi, pur senza nominarli esplicitamente, addita anche quei Paesi
(tra cui Germania, Francia, Italia e Portogallo) che non hanno raggiunto ancora «posizioni di bilancio sufficientemente sane da permettere agli
stabilizzatori automatici di operare pienamente».
L’impianto del Patto di stabilità non è minacciato - conclude il rapporto - ma emerge «la necessità di maggiori sforzi di consolidamento in diversi
Paesi nei prossimi anni».
ENRICO BRIVIO