La Ue: «Alzare subito l’età pensionabile»

27/11/2001

Il Sole 24 ORE.com







    Un rapporto di Bruxelles sollecita nuovi interventi – In Italia un «peso contributivo» record al 32,7%

    La Ue: «Alzare subito l’età pensionabile»
    ROMA – Servono subito nuove riforme per «aumentare l’età pensionabile». Più che un invito è un vero e proprio appello quello rivolto agli Stati membri dalla Commissione Ue. Anche perché l’innalzamento di ogni anno dell’età «effettiva» consentirebbe di ridurre di circa un punto di Pil la spesa previdenziale. Nel documento sull’economia europea nel 2001 e le maggiori sfide che sarà approvato domani, la Commissione afferma che, nonostante l’ampio ventaglio di riforme introdotte negli anni ’90, «le ultime stime sull’impatto dell’invecchiamento della popolazione sulla crescita e sulla spesa pubblica confermano che saranno necessarie riforme aggiuntive». E l’Italia è uno dei primi destinatari dell’invito di Bruxelles. Anche perché il «carico contributivo» per i trattamenti pensionistici dei lavoratori dipendenti tocca il 32,7% contro il 23% circa della media europea. E l’adesione ai fondi pensione è di poco superiore al 30%, meno della metà di quella registra in Gran Bretagna, Germania o Olanda. Dati che sono contenuti negli ultimi rapporti della Commissione Brambilla, del Cnel e della Covip (Commissione di vigilanza sui fondi pensione) e dai quali emerge che, malgrado i positivi effetti prodotti dalle riforme Amato, Dini e Prodi il sistema previdenziale italiano continua a "conservare" diverse anomalie rispetto a quelli dei principali Stati Ue. La previdenza integrativa, ad esempio, stenta a decollare e non solo per la scarsa propensione a liberare il Tfr dei "vecchi" occupati (per neo-assunto è già obbligatoria), ma soprattutto per la mancanza di convenienze fiscali e per una sorta di inflazione normativa. Allo stesso tempo il carico contributivo per alimentare la previdenza obbligatoria è inferiore solo a quello di Belgio e Portogallo dove, però, è prevista un’unica aliquota per tutte le funzioni del sistema di Welfare. L’appello della Ue. Il documento della Commissione Ue parla chiaro: anche alla luce del preoccupante trend demografico servono subito riforme aggiuntive. L’esecutivo di Bruxelles sottolinea che non esiste una formula ideale per tutti i Paesi sulla soluzione «ottimale» in termini di riforme pensionistiche. Sulla base delle simulazioni effettuate, però, la Commissione definisce «l’aumento dell’età pensionabile» l’opzione «più potente di riforma». Italia leader della contribuzione. Nel nostro Paese il peso contributivo per le pensioni dei lavoratori dipendenti è del 32,7%: 8,89% a carico del lavoratore e 23,81% del datore di lavoro. Quella per gli "autonomi", invece, è di poco superiore al 16 per cento. In Germania, che contiene a mantenere un sistema a ripartizione abbastanza simile al nostro (pur oggetto di una recente riforma), la contribuzione non supera il 19,30% (9,65% sul lavoratore e una quota analoga sul datore). Nel Regno Unito, dove il sistema è prevalentemente di tipo privato, l’aliquota "generale" è del 22,2% (10% sul lavoratore e 12,2% sul datore). In Danimarca il "peso" è dell’8% tutto a carico del lavoratore, e in Spagna è del 28,3% (4,7% sul lavoratore e 23,6% sul datore fino a un tetto annuo di 29.410 euro). Agli ultimi posti per i fondi pensione. In Italia il tasso di adesione ai fondi pensione è pari al 32% del bacino d’utenza e scende ulteriormente al 25,6% tra i giovani con meno di 35 anni di età. Una marcia lenta che non pare imputabile solo ai problemi relativi all’utilizzo del Tfr (la cui destinazione ai fondi pensione è già obbligatoria sui neoassunti per una quota di circa il 7% che può salire all’11% con lo smobilizzo di un altro 2% da parte del lavoratore e del datore). Sul tappeto restano infatti irrisolti i problemi degli scarsi incentivi fiscali e del "caos"normativo. In Europa la previdenza integrativa già da molto tempo è una realtà. Dai rapporti aggiornati alla fine degli anni ’90 emerge che in Gran Bretagna, il 70% dei lavoratori aderisce a un fondo pensione, il 50% a fondi d’impresa e il 50% a fondi personali. Anche in Germania, dove con la riforma approvata nella scorsa primavera il ricorso alla previdenza integrativa è stato ulteriormente incentivato, non meno del 70% dei lavoratori risulta "iscritto" a fondi istituiti dalle imprese. In Olanda circa il 70% degli "attivi" aderisce a fondi di categoria, circa il 20 a fondi d’impresa e poco meno del 5% ha contratti di assicurazione. Marco Rogari
    Martedí 27 Novembre 2001
 
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