La Tv accende la rabbia araba

31/03/2003



          Lunedí 31 Marzo 2003


          La Tv accende la rabbia araba


          (DAL NOSTRO INVIATO)
          AMMAN – «Come può pensare che io stia qui, nel salotto di casa a guardare le bombe cadere su una città araba abitata da 5 milioni di arabi, e che capisca il punto di vista di chi la sta bombardando?». Lo schermo piatto, fra i più moderni in vendita, e costato una notevole parte dei risparmi di casa, rende ancora più impressionanti le esplosioni che al-Jazeera manda in diretta da Baghdad. La famiglia di Bassam osserva atterrita. La moglie tiene le mani serrate: «La casa è ancora in piedi: hanno sbagliato mira!» esulta. «No mamma», la delude Hamza, il figlio di 15 anni. «Sono bombe speciali: entrano nelle case e distruggono tutto quello che c’è dentro». Istintivamente, Bassam getta uno sguardo ai muri e ai mobili della sua sala. La televisione unisce il mondo, porta nelle case ciò che accade a migliaia di chilometri di distanza. Ma è come la si guarda quando lo spettacolo è la guerra, che alla fine lo divide. Poco prima del bombardamento di Baghdad, al-Jazeera aveva mostrato i risultati dell’attacco precedente: corpi insanguinati e martoriati sulle cui mutilazioni l’obiettivo si soffermava. Sulle Tv occidentali le stesse immagini erano state tagliate poco prima che apparisse il collo senza testa di una delle vittime, per una questione di pudore e di pietà. Ma cosa sono l’uno e l’altra, chi li determina? Passare una serata guardando al-Jazeera a casa di una famiglia araba insegna a capire che anche la determinazione dei valori più comuni è complessa. «Non abbiamo bisogno di vedere immagini così dettagliate per odiare i piloti di quei bombardieri – chiarisce Bassam -. Però così li possiamo odiare senza sentirci in colpa». O con Bush o con Saddam Hussein, si dice da noi, come se in guerra anche le opinioni dovessero essere razionate. Lo dicono pure qui, e ormai scelgono Saddam. Nella camera di Hamza, vicino al computer, c’è una foto del dittatore diventato un simbolo giovanile come il Che da noi. «Prima non c’era» sospira il padre. La famiglia di Bassam non è militante: Bassam fa l’impiegato di banca ad Amman. È religiosa, ma non ha convinzioni fondamentaliste: essendoci un ospite in casa, la moglie tiene i capelli nascosti da un velo. Lo fanno ormai la maggioranza delle donne giordane. È una scelta di pudore, conservatrice. Hamza è stato chiamato come il figlio prediletto di re Hussein, rimasto nei cuori di tutti quattro anni dopo la morte. Su un piccolo arazzo alla parete della sala c’è la cupola ricamata del Duomo della Roccia, a Gerusalemme. Più che un simbolo di solidarietà con la causa palestinese è una rivendicazione nazionale: un tempo la parte araba di Gerusalemme era giordana. «Un mese fa detestavamo Saddam – dice Bassam -. Fino a un mese fa mettevo da parte dei soldi per mandare Hamza in un’università americana: è un bravo studente e sono certo che otterrà una borsa di studio. Ora non so. Abbiamo sempre la televisione accesa e non riesco a immaginare cosa penseremo quando la guerra sarà finita». Gli altri tre figli più piccoli non guardano più la Tv, perché su al-Jazeera non ci sono cartoni animati. Ma Hamza passa le ore a guardare scene di guerra: quando non è a scuola e quando non sta davanti alla Tv, naviga su Internet in camera sua e chatta sui mille siti arabi dedicati al conflitto. Gli schermi non sono accesi solo nella case. Al-Jazeera macina le sue immagini di guerra negli uffici, nei ristoranti, nei bar dove la gente aspira tabacco alla mela dai narghilè. Nella sala di Bassam i bicchieri di the si freddano e nessuno tocca il vassoio colmo di dolci al pistacchio. Al-Jazeera manda di nuovo le immagini dei prigionieri americani: sono gli stessi sguardi terrorizzati che i canali occidentali avevano coperto. «La cosa peggiore è che non riesco ad avere pietà di loro» continua Bassam senza distogliere lo sguardo dallo schermo. «Le vostre televisioni non dedicano un solo minuto alle vittime civili irachene». Obiettare che non è vero non servirebbe. «Qualcuno ha anche detto, sulle vostre televisioni, che gli arabi sono insensibili ai loro morti». Ieri, alla millesima manifestazione contro la guerra per le strade di Amman, quella organizzata dall’Associazione giornalisti, uno striscione diceva: «Libertà per la stampa americana», dando per scontato che fosse quella e non l’araba a subire la peggiore censura di guerra. La famiglia del ragionier Bassam non partecipa alle manifestazioni: se Hamza ci è andato, non lo ha detto ai genitori. È la maggioranza silenziosa araba che non milita ma giudica e che fino a un mese fa trovava eccessivo anche pensare che non si dovesse stare con Bush né con Saddam: ora questo slogan diventato comune nelle nostre piazze, qui è un tabù perché si deve stare dalla parte di Saddam. «La guerra fa vittime in entrambe le parti: se non mostri entrambe le parti, non copri la guerra», dice il giovane direttore di al-Jazeera, l’egiziano Ibrahim Hilal, senza spiegare perché la sua rete indugi così tanto sugli aspetti grandguignoleschi del conflitto. Né Hilal ci spiega perché, diversamente da altre Tv arabe, la sua chiami gli americani "invasori" o "aggressori" e non usi aggettivi per Saddam. Ma al-Jazeera – quartier generale in Qatar, finanziata dall’emiro al-Thani ma quasi totalmente indipendente dal suo controllo – è solo un veicolo. Alla peggio asseconda l’audience perché come ovunque, averne molta significa molta pubblicità. Anche gli americani lo hanno capito. La settimana scorsa il giornalista di al-Jazeera accreditato al Nasdaq era stato bandito da Wall Street. Prendendo questa decisione per protestare contro le immagini sui prigionieri americani, gli Stati Uniti avevano inconsapevolmente imitato alcuni regimi arabi che nei loro Paesi hanno chiuso gli uffici di corrispodenza di al-Jazeera. Ma l’altro giorno il segretario di Stato Colin Powell ha deciso di concederle un’intervista. «Dobbiamo fare tutto ciò che possiamo per cambiare il tono nel mondo riguardo a ciò che stiamo facendo», ha ammesso Powell. E non si può sottilizzare sulla qualità politica dei programmi, quando una Tv è guardata mediamente in 40 milioni di case arabe, probabilmente moltiplicatesi in questi giorni di guerra. Per quanto non ci piacciano i risultati, al-Jazeera rappresenta una rivoluzione: la sua informazione ai limiti della propaganda è un effetto collaterale di quella democrazia che vorremmo veder fiorire nel Mondo arabo e per la quale la guerra in corso è stata dichiarata. Questa, almeno, era una delle ragioni affermate da Donald Rumsfeld, il segretario americano alla Difesa, quando ha dato l’ordine di attaccare. Fino alla liberazione del Kuwait del 1991 le guerre si traducevano dall’inglese della Cnn; questa la traduciamo sempre di più dall’arabo di al-Jazeera e dei suoi 12 inviati speciali in giro per l’Irak. È stato quello di Bassora a dirci che Leonardo Maisano e gli altri sei colleghi italiani stavano bene. Il successo clamoroso sugli altri network arabi che stanno cercando di fargli concorrenza, si spiega anche col suo vocabolario. Ma non lo si può capire se non ci si sintonizza sulla Tv statale saudita che nella bufera della guerra apre i suoi Tg con le celebrazioni della famiglia regnante, con i beduini che celebrano il reggente Abdullah, danzandogli attorno con le spade sguainate; o su quella egiziana che quando è scoppiata la rissa fra i capi di Stato ha interrotto le trasmissioni per mandare in onda un documentario sulla storia della Lega araba. Non avere più le informazioni dai Governi ma da fonti diverse, per gli arabi è rivoluzionario. È per questo che due anni fa solo l’8% degli egiziani aveva un ripetitore satellitare e ora sono il 46 per cento. Nemmeno le cariatidi del Mondo arabo possono permettersi d’ignorare il fenomeno al-Jazeera. Il 20 febbraio a Dubai Arabìa ha iniziato i programmi con l’obiettivo dichiarato di rubare spettatori e pubblicità al network del Qatar. La nuova impresa televisiva è partita con un investimento da 300 milioni di dollari raccolti da uomini d’affari libanesi, degli Emirati e soprattutto sauditi: la linea di demarcazione fra denaro privato e denaro pubblico è sempre incerta quando gli investitori sono principi sauditi. Poi c’è Orbit il cui quartier generale è a Roma, costretta a potenziare i suoi servizi giornalistici. Come la Tv di Abu Dhabi che per conquistare audience ora punta sui Tg. Da anni a Beirut opera Lbc che per reggere all’urto di al-Jazeera si è gemellata con al-Hayiat, il più autorevole dei giornali arabi, stampato a Londra e finanziato dai sauditi. Dopo il briefing quotidiano dal Pentagono, regolarmente trasmesso e tradotto da al-Jazeera, nel salotto di Bassam irrompe lo sceicco Yousef Kardawi con i suoi sermoni di fuoco. Invita i musulmani alla jihad contro gli invasori dell’Irak, tuttavia Bassam non ne è attratto. Kardawi è egiziano ma vive nel Qatar. La moschea di Doha dalla quale ogni venerdì ripete la sua sfida all’America, è a una decina di minuti d’auto dal Comando centrale del generale Tommy Franks. Ugo Tramballi