La trincea della Cgil – di Paolo Franchi

03/07/2002


3 luglio 2002



LA TRINCEA CGIL
di PAOLO FRANCHI
      Una scelta obbligata? Certo, la decisione annunciata lunedì da Sergio Cofferati di restare per un altro paio di mesi alla guida della Cgil è stata anche, e forse soprattutto, questo. Dopo il putiferio sollevato dalle lettere di Marco Biagi né il segretario generale né la sua confederazione potevano fare altrimenti. Ma questa decisione, oltre che imposta dalle cose, potrebbe rivelarsi, ad alcune condizioni, anche saggia. La previsione è facile: quando si sarà un po’ placata, in un modo o nell’altro, la tempesta che Claudio Scajola ha provveduto in prima persona a scatenare su se stesso e sul governo, le polemiche sulle «minacce» di Cofferati e, più in generale, l’offensiva sulle presunte contiguità tra Cgil e terrorismo riprenderanno quota. Si capisce che Cofferati voglia affrontarle ancora dal ponte di comando. Ma ancora più importante sarà capire in quale chiave le affronterà. Proviamo ad anticipare noi la risposta più probabile. In poche parole.
      La Cgil ha combattuto il terrorismo, pagando anche un prezzo di sangue negli anni in cui, nelle fabbriche, il «partito armato» godeva di consensi reali. Il movimento, combattivo ma assolutamente pacifico, che riempie le piazze in difesa dell’articolo 18, con i terroristi non c’entra nulla, anzi li considera, e a ragione, suoi nemici mortali. Il conflitto, se ne condividano o no le motivazioni, è il sale della democrazia e dello stesso riformismo, non l’anticamera del terrorismo. Le parole che si pronunciano nel vivo di una battaglia democratica combattuta a viso aperto non possono tramutarsi in pallottole: dunque, è strumentale, vigliacco e anche pericoloso per la democrazia collegare l’assassinio di Biagi alle contestazioni assai dure, ma pur sempre politiche, che Cofferati gli aveva mosso, o al «clima di scontro» che si è creato.
      Si potrebbe continuare a lungo, ma ci fermiamo qui. Per dire che siamo pronti a sottoscrivere per vere tutte queste affermazioni, nessuna esclusa. Ma anche per osservare che, se finissero qui il discorso, Cofferati, la Cgil e quella parte grandissima della sinistra che la pensa così perderebbero una grande occasione. Perché quanto è accaduto dopo l’assassinio di Biagi chiama in causa, anche se nel modo peggiore, molte altre questioni, tutte terribilmente importanti, e tutte meritevoli di risposta. Qui ne vorremmo segnalare soltanto una, cruciale, e resa tormentosa dalle gesta di un terrorismo di cui sappiamo in realtà molto poco, ma che di certo non spara nel mucchio, e anzi sembra saper valutare con attenzione certosina il ruolo, spesso ignoto ai più, dei propri bersagli.
      E’ vero, le parole non si trasformano in pallottole. E non sono neanche pietre. Però spesso hanno una storia (il «patto scellerato», il «collateralismo» con il governo e la Confindustria) e la rievocano; tanto più quando lo scontro si fa aspro, e le scelte si fanno così dure da chiamare pesantemente in causa rapporti politici ma anche personali antichi e consolidati, come è avvenuto nel caso di Biagi. Quale carico di sofferenza c’è nella condizione di chi di quelle parole è destinatario? E c’è o no, nella sua solitudine, anche un elemento di pericolo? A interrogativi simili si potrebbe rispondere, naturalmente, che questi sono i prezzi, amari quanto si vuole, e però ineluttabili, della lotta. Ma non sarebbe una buona risposta. L’estremismo, il massimalismo, il settarismo non c’entrano. Marco Biagi è stato un riformista, così come un riformista è Cofferati: di riformismi non ce n’è uno solo, è persino fisiologico che diverse ed opposte concezioni del riformismo confliggano. Non è fisiologico, e può anche diventare pericolosissimo, che facciano da sfondo al conflitto, anche se nessuno le chiama in causa apertamente, categorie tanto antiche quanto, ormai, odiose: il nemico, il traditore, il venduto. Tra le funzioni più nobili che ha avuto storicamente il riformismo c’è stata quella pedagogica. Sarebbe bene che la Cgil e il suo leader utilizzassero questi mesi anche per rifletterci su, e per ritrovare una simile funzione dando battaglia politica e culturale per estirparle definitivamente, quelle categorie. Meglio: sarebbe un modo vero per onorare la memoria di Biagi senza rinunciare alle proprie idee e alle proprie ragioni.


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