La tregua quotidiana in fila al supermercato

23/09/2010


Arabi ed ebrei, shopping senza rivolgersi la parola

Il supermercato sta per chiudere. Siete pregati di affrettarvi alle casse». Primo pomeriggio di ieri. Vigilia di Sukkot, lontano dai lacrimogeni e dalle pietre di Silwan. Il Mega, il più famoso supermercato-mall del quartiere commerciale di Talpyot sta per chiudere i battenti. La parte ebraica di Gerusalemme è piena di capanne per ricordare l’esodo dopo la fuga dall’Egitto, montate su balconi, giardinetti, marciapiedi e parcheggi. Al Mega va in onda la spesa dell’ultimo minuto, nel supermercato più laico e popolare di Gerusalemme ovest. Dove tutti, israeliani e palestinesi, condividono scaffali e file alla cassa. I prezzi sono concorrenziali, le offerte paghi 2 e prendi 3 allettanti (pasta Barilla compresa), la scelta abbondante. E poi a Talpyot c’è tutto, dal Brico formato israeliano ai mobilifici, dalle concessionarie sino all’ufficio per la revisione dei veicoli.
Benvenuti nel vero quartiere misto di Gerusalemme, dove israeliani e palestinesi passano un po’ di tempo gli uni accanto agli altri, si sfiorano, si guardano. Non perché a Talpyot si convive. Ma perché a Talpyot si compra. E bene. Una mall a cielo aperto, che parte dalla periferia ricca di Gerusalemme ovest e arriva alle propaggini meridionali della città, tra la grande colonia di Har Homa e il muro che la separa da Betlemme. Niente cambia, dunque. Il mercato è il luogo della mescolanza, anche nel pieno del conflitto.
Al Mega, l’atmosfera è rilassata. C’è popolino e piccola borghesia, il macellaio è palestinese, la cassiera ha il cappello delle donne ebree moderatamente ortodosse. «Qui i prezzi sono i migliori della città», dice Iman, mezza età, palestinese cristiana. Per lei Mega è una tappa obbligata. «E poi, l’ambiente non è ostile». Tradotto: non c’è frizione tra israeliani e palestinesi. Così come, paradossalmente, non c’è tanta frizione a Jaffa Road, testimone di alcuni tra i più sanguinosi attentati terroristici che hanno scosso la città dalla metà degli anni 90 alla seconda Intifada. Lì, cuore del commercio di Gerusalemme ovest a due passi dalla Città Vecchia, palestinesi poveri e israeliani ortodossi sono uniti da un obiettivo comune: comprare vestiti e scarpe. Soprattutto quando bisogna prendere i regali per le feste comandate. Come l’Eid al Fitr, che conclude il Ramadan. O, appunto, prima di Sukkot.
La via della pace passa per il mercato? Troppo bello, e troppo semplice, per essere vero, in un posto in cui identità e terra vanno a braccetto. Una ricerca appena pubblicata dall’istituto Floersheimer dell’università ebraica di Gerusalemme, firmata da Marik Shtern, dice invece che molti israeliani sono infastiditi dalla presenza dei palestinesi nelle zone commerciali miste. Disagio, paura, distanza, sono i sentimenti espressi dagli intervistati, quando si trovano in spazi comuni. Anche al Malha Mall, dice la ricerca della Shtern, specialista di dinamiche multiculturali. Malha Mall, o meglio Canyon, come tutti gli abitanti di Gerusalemme chiamano il re dei mall.
Al Canyon, è vero, uno strano e affollatissimo melting pot è all’ordine del giorno. Di fronte allo stadio, tre piani, ospita marche medio-alte e grandi negozi di fai-da-te, materiale per ufficio, cinema, supermercato, casalinghi di design, giocattoli e bar. Quanto basta per attirare la periferia della città. Tutta, a est e a ovest della Linea Verde. A rendere il Canyon speciale, è che ci vanno veramente tutti, dai laici agli ortodossi, dai bulletti tutti gel e jeans, sino alle famigliole più pie e piene di figli, musulmane o ebree che siano.
Per i commercianti, il plebiscito che unisce le comunità attorno al consumismo è tutto oro che luccica. Gli affari vanno bene, i clienti non si rifiutano. E poi una buona fetta del personale dei supermercati è palestinese. Questo, però, con la politica non c’entra nulla. Le questioni serie vanno oltre lo shopping. La terra è la terra. Alla mall si stipula solo una tregua non scritta. Appena fuori, a pochi chilometri di distanza dal Canyon, è tutta un’altra storia. Le pietre volano, e i lacrimogeni anche.