La trappola della credibilità – di Carlo Bastasin

02/05/2002
La Stampa web






PRIMO MAGGIO SENZA ACCORDO
La trappola della credibilità

1 maggio 2002

di Carlo Bastasin

Ritrovate la speranza, voi piccoli, voi senza gradi, gli esclusi. Voi minatori, metalmeccanici, operai di tutte quelle industrie rovinate dall’euromondialismo…». Così parlò Jean-Marie Le Pen la notte del 21 aprile, dopo che il suo Fronte nazionale era diventato il primo partito operaio di Francia. Basterebbe questo a non far prendere con leggerezza il cortocircuito tra confronto sociale e politico come si presenta oggi, Primo Maggio, anche in Italia.

Nel nostro paese è aperto un conflitto da cui le parti, Confindustria e sindacati, non sembrano in grado di uscire, vittime di un reciproco problema di credibilità. Confindustria ritiene che il sindacato sia pregiudizialmente contrario alle riforme, di conseguenza è incline allo scontro, giudicando inutile cercare un compromesso negoziale. Il caso dell’articolo 18, considerato a priori intoccabile, dà munizioni all’accusa di sordità del sindacato, per il quale inoltre potrebbe rivelarsi un errore precludersi la possibilità di diventare un punto di riferimento per un numero maggiore di occupati e per lavori che in futuro non sarà più possibile considerare marginali.

Da parte sua il sindacato, come è tradizione nel «modello europeo», richiede due garanzie che non sta ricevendo. La prima è politica e prevede che i benefici dello sviluppo – reso possibile dalla flessibilità – vengano redistribuiti ai lavoratori attraverso l’azione di governo. Questa garanzia, implicita negli anni del centrosinistra, non può essere né richiesta né offerta con un governo di centrodestra. La seconda garanzia è quella della crescita: la rinuncia ad alcune tutele sul lavoro è compensata da un sistema che tende comunque a produrre più crescita e più posti di lavoro.

Su questo piano tuttavia il sindacato non ritiene che Confindustria sia credibile: il fatto che lo stimolo alla crescita sia debole nelle imprese italiane non può in effetti essere attribuito solo alla soglia dei quindici dipendenti. Basta vedere l’alto numero delle società non quotate in Borsa, che cioè non beneficiano di un vivace canale di finanziamento allo sviluppo, né vincolano il valore del proprio capitale al flusso futuro di dividendi attesi dai propri azionisti.

Negli Usa la flessibilità del lavoro è tre volte più alta che in Italia e Germania, ma anche la capitalizzazione della Borsa è tripla rispetto a quella dell’Euro-area. Così quando le imprese chiedono la riforma previdenziale dei fondi pensione, ma rinunciano a beneficiare di questi fondi perché non quotano pubblicamente il proprio capitale, fanno sospettare di voler difendere una posizione ideologica, anziché un modello di sviluppo di cui benefici l’intero Paese.

Non è affatto raro che si creino «stalli» e «incoerenze» nelle trattative tra le parti sociali. Ma quella attuale è una speciale «trappola di credibilità», in cui per una volta è decisivo il ruolo della politica: se in passato era preferibile che svolgesse un ruolo neutrale, di arbitro non giocatore, ora è chiamata in causa (non fosse altro come legislatore dall’articolo 18).

Ad essa, alla vigilia delle scadenze di programmazione fiscale, spetta porre premesse credibili alla crescita, dare più determinazione all’azione per lo sviluppo, garantire così sia le imprese sia i sindacati, togliendo a entrambi gli alibi che li allontanano da un accordo. Tecnologia, investimenti, istruzione, trasparenza, mercato: una sfida di qualità che dia un’accezione non opportunistica e non retorica al precetto dello sviluppo.



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