La trappola Cofferati

13/09/2001






Editoriali e opinioni  


Il leader della Cgil e la battaglia nei Ds
La trappola Cofferati

13 settembre 2001

di Giuseppe Berta

I leader delle grandi confederazioni dei lavoratori rischiano oggi di incorrere in una tentazione. In una società che appare sempre più policentrica, con lealtà e affiliazioni deboli e legami sociali affievoliti, si trovano a guidare la rappresentanza di un sistema sindacale che si rivela ancora dotato di forte omogeneità, imperniato su un blocco del lavoro che, per quanto ridimensionato, mantiene notevoli aspetti di coesione.

La tentazione può quindi consistere nello scambiare il grado di influenza sociale tuttora elevato che posseggono i sindacati, grazie anche al protratto meccanismo della concertazione, per forza politica immediatamente spendibile nel confronto interno al sistema dei partiti e alle istituzioni. In questa trappola è certamente caduto nei mesi passati l’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni, convinto, da un lato, di poter contare sull’adesione degli iscritti sindacali al suo movimento politico e, dall’altro, di aggiudicarsi per il tramite del rapporto con Giulio Andreotti una parte significativa dell’eredità della Dc.

Ma un rischio analogo, a sinistra, sembra correre ora Sergio Cofferati, che sta ponendo tutto il peso della propria autorevolezza sul piatto dello scontro per la scelta del nuovo segretario dei Ds. A dare radicamento e consistenza al variegato schieramento che trova il proprio denominatore comune nell’avversione per Massimo D’Alema è certamente l’apporto della Cgil e del suo gruppo dirigente, che pare aver riconquistato una qualche unità col sostegno alla candidatura di Giovanni Berlinguer.

È inevitabile che in una situazione simile torni a risuonare il richiamo alla «centralità del lavoro», come asse che la politica della sinistra italiana deve ritrovare. Sarebbe un grave errore di prospettiva, tuttavia, se si scambiasse il consenso dei dirigenti della Cgil con quello della larga maggioranza degli iscritti della confederazione. Le ricerche su dinamiche e flussi elettorali lasciano pochi dubbi sul fatto che le opzioni politiche degli aderenti al sindacato sono riconducibili soltanto in parte alla collocazione dei dirigenti.

Fra gli iscritti alla Cgil non meno che fra quelli di Cisl e Uil si possono rintracciare non pochi elettori di Forza Italia e della Casa delle Libertà. Segno che la rappresentanza degli interessi non porta affatto a sbocchi univoci sul terreno politico. Più in generale, c’è da aggiungere che se i Ds ancorassero il loro nuovo corso alla leadership della Cgil, come inevitabilmente avverrebbe ove prevalesse lo schieramento che gode dell’appoggio di Cofferati, essi si allontanerebbero dall’indirizzo che caratterizza attualmente tutta la sinistra europea di cultura socialdemocratica.

Il New Labour di Blair, ma anche la Spd tedesca, hanno sviluppato il loro rinnovamento e allargato la base della loro rappresentanza proprio allentando i legami troppo vincolanti con i sindacati. Un’impostazione di segno contrario vorrebbe dire, per la sinistra italiana, accettare da principio una condizione minoritaria destinata a permanere nel tempo. Un’ultima considerazione (che peraltro esorbita dalle intenzioni dichiarate di Cofferati): mai, nella storia recente d’Italia, un sindacalista ha esercitato una funzione di leader di primo piano in politica. Dai tempi di Luciano Lama fino a oggi, il passaggio dalle confederazioni del lavoro al parlamento ha coinciso in genere con un certo ridimensionamento del ruolo pubblico degli ex dirigenti sindacali. Una prova ulteriore della distanza che sempre più separa l’esperienza negoziale dall’attività politica e istituzionale.




 

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Editoriali e opinioni  


Il leader della Cgil e la battaglia nei Ds
La trappola Cofferati

13 settembre 2001

di Giuseppe Berta

I leader delle grandi confederazioni dei lavoratori rischiano oggi di incorrere in una tentazione. In una società che appare sempre più policentrica, con lealtà e affiliazioni deboli e legami sociali affievoliti, si trovano a guidare la rappresentanza di un sistema sindacale che si rivela ancora dotato di forte omogeneità, imperniato su un blocco del lavoro che, per quanto ridimensionato, mantiene notevoli aspetti di coesione.

La tentazione può quindi consistere nello scambiare il grado di influenza sociale tuttora elevato che posseggono i sindacati, grazie anche al protratto meccanismo della concertazione, per forza politica immediatamente spendibile nel confronto interno al sistema dei partiti e alle istituzioni. In questa trappola è certamente caduto nei mesi passati l’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni, convinto, da un lato, di poter contare sull’adesione degli iscritti sindacali al suo movimento politico e, dall’altro, di aggiudicarsi per il tramite del rapporto con Giulio Andreotti una parte significativa dell’eredità della Dc.

Ma un rischio analogo, a sinistra, sembra correre ora Sergio Cofferati, che sta ponendo tutto il peso della propria autorevolezza sul piatto dello scontro per la scelta del nuovo segretario dei Ds. A dare radicamento e consistenza al variegato schieramento che trova il proprio denominatore comune nell’avversione per Massimo D’Alema è certamente l’apporto della Cgil e del suo gruppo dirigente, che pare aver riconquistato una qualche unità col sostegno alla candidatura di Giovanni Berlinguer.

È inevitabile che in una situazione simile torni a risuonare il richiamo alla «centralità del lavoro», come asse che la politica della sinistra italiana deve ritrovare. Sarebbe un grave errore di prospettiva, tuttavia, se si scambiasse il consenso dei dirigenti della Cgil con quello della larga maggioranza degli iscritti della confederazione. Le ricerche su dinamiche e flussi elettorali lasciano pochi dubbi sul fatto che le opzioni politiche degli aderenti al sindacato sono riconducibili soltanto in parte alla collocazione dei dirigenti.

Fra gli iscritti alla Cgil non meno che fra quelli di Cisl e Uil si possono rintracciare non pochi elettori di Forza Italia e della Casa delle Libertà. Segno che la rappresentanza degli interessi non porta affatto a sbocchi univoci sul terreno politico. Più in generale, c’è da aggiungere che se i Ds ancorassero il loro nuovo corso alla leadership della Cgil, come inevitabilmente avverrebbe ove prevalesse lo schieramento che gode dell’appoggio di Cofferati, essi si allontanerebbero dall’indirizzo che caratterizza attualmente tutta la sinistra europea di cultura socialdemocratica.

Il New Labour di Blair, ma anche la Spd tedesca, hanno sviluppato il loro rinnovamento e allargato la base della loro rappresentanza proprio allentando i legami troppo vincolanti con i sindacati. Un’impostazione di segno contrario vorrebbe dire, per la sinistra italiana, accettare da principio una condizione minoritaria destinata a permanere nel tempo. Un’ultima considerazione (che peraltro esorbita dalle intenzioni dichiarate di Cofferati): mai, nella storia recente d’Italia, un sindacalista ha esercitato una funzione di leader di primo piano in politica. Dai tempi di Luciano Lama fino a oggi, il passaggio dalle confederazioni del lavoro al parlamento ha coinciso in genere con un certo ridimensionamento del ruolo pubblico degli ex dirigenti sindacali. Una prova ulteriore della distanza che sempre più separa l’esperienza negoziale dall’attività politica e istituzionale.





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Il leader della Cgil e la battaglia nei Ds
La trappola Cofferati

13 settembre 2001

di Giuseppe Berta

I leader delle grandi confederazioni dei lavoratori rischiano oggi di incorrere in una tentazione. In una società che appare sempre più policentrica, con lealtà e affiliazioni deboli e legami sociali affievoliti, si trovano a guidare la rappresentanza di un sistema sindacale che si rivela ancora dotato di forte omogeneità, imperniato su un blocco del lavoro che, per quanto ridimensionato, mantiene notevoli aspetti di coesione.

La tentazione può quindi consistere nello scambiare il grado di influenza sociale tuttora elevato che posseggono i sindacati, grazie anche al protratto meccanismo della concertazione, per forza politica immediatamente spendibile nel confronto interno al sistema dei partiti e alle istituzioni. In questa trappola è certamente caduto nei mesi passati l’ex segretario della Cisl Sergio D’Antoni, convinto, da un lato, di poter contare sull’adesione degli iscritti sindacali al suo movimento politico e, dall’altro, di aggiudicarsi per il tramite del rapporto con Giulio Andreotti una parte significativa dell’eredità della Dc.

Ma un rischio analogo, a sinistra, sembra correre ora Sergio Cofferati, che sta ponendo tutto il peso della propria autorevolezza sul piatto dello scontro per la scelta del nuovo segretario dei Ds. A dare radicamento e consistenza al variegato schieramento che trova il proprio denominatore comune nell’avversione per Massimo D’Alema è certamente l’apporto della Cgil e del suo gruppo dirigente, che pare aver riconquistato una qualche unità col sostegno alla candidatura di Giovanni Berlinguer.

È inevitabile che in una situazione simile torni a risuonare il richiamo alla «centralità del lavoro», come asse che la politica della sinistra italiana deve ritrovare. Sarebbe un grave errore di prospettiva, tuttavia, se si scambiasse il consenso dei dirigenti della Cgil con quello della larga maggioranza degli iscritti della confederazione. Le ricerche su dinamiche e flussi elettorali lasciano pochi dubbi sul fatto che le opzioni politiche degli aderenti al sindacato sono riconducibili soltanto in parte alla collocazione dei dirigenti.

Fra gli iscritti alla Cgil non meno che fra quelli di Cisl e Uil si possono rintracciare non pochi elettori di Forza Italia e della Casa delle Libertà. Segno che la rappresentanza degli interessi non porta affatto a sbocchi univoci sul terreno politico. Più in generale, c’è da aggiungere che se i Ds ancorassero il loro nuovo corso alla leadership della Cgil, come inevitabilmente avverrebbe ove prevalesse lo schieramento che gode dell’appoggio di Cofferati, essi si allontanerebbero dall’indirizzo che caratterizza attualmente tutta la sinistra europea di cultura socialdemocratica.

Il New Labour di Blair, ma anche la Spd tedesca, hanno sviluppato il loro rinnovamento e allargato la base della loro rappresentanza proprio allentando i legami troppo vincolanti con i sindacati. Un’impostazione di segno contrario vorrebbe dire, per la sinistra italiana, accettare da principio una condizione minoritaria destinata a permanere nel tempo. Un’ultima considerazione (che peraltro esorbita dalle intenzioni dichiarate di Cofferati): mai, nella storia recente d’Italia, un sindacalista ha esercitato una funzione di leader di primo piano in politica. Dai tempi di Luciano Lama fino a oggi, il passaggio dalle confederazioni del lavoro al parlamento ha coinciso in genere con un certo ridimensionamento del ruolo pubblico degli ex dirigenti sindacali. Una prova ulteriore della distanza che sempre più separa l’esperienza negoziale dall’attività politica e istituzionale.



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