La testimonianza: Con lui al telefono poche ore prima, era in pericolo, lo sapeva da tempo – di Pietro Ichino

20/03/2002

La testimonianza

di Pietro Ichino

Con lui al telefono poche ore prima
Mi ha chiamato per telefono ieri mattina confermandomi l’invio di un articolo sull’armonizzazione delle relazioni sindacali nell’Unione Europea, per la Rivista italiana di diritto del lavoro : anche questa volta l’impegno quotidiano intensissimo in campo politico non gli aveva tolto il tempo e il gusto per la riflessione teorica, sul terreno in cui eccelleva, del diritto comunitario e della comparazione fra i sistemi nazionali di diritto del lavoro. Aveva appena diramato gli inviti per un convegno internazionale su questi temi nell’Università di Modena, dove insegnava. Ho discusso con lui anche del suo articolo di fondo appena apparso sul Sole 24 Ore, in cui aveva preso una posizione pacata e ragionata contro lo scontro frontale in atto sullo Statuto dei lavoratori. Ci univa profondamente, pur nella diversità delle rispettive storie politiche e accademiche, il rifiuto della radicalizzazione ideologica del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro: lo stesso rifiuto che aveva animato Massimo D’Antona, e prima di lui Ezio Tarantelli, e tanti altri. Disgraziato Paese, questo nostro, nel quale chi rifiuta la logica della contrapposizione faziosa, chi opera per il dialogo senza pregiudizi, senza apriorismi, senza tabù, soprattutto sui temi del lavoro, è esposto alla condanna a morte.
Marco sapeva di essere «a rischio» già da tempo, come lo sapeva Massimo D’Antona. Ma entrambi hanno avuto il coraggio di andare avanti nel loro impegno di «giuslavoristi di frontiera».
L’uno, D’Antona, come consigliere di un ministro del Lavoro del centrosinistra, l’altro, Marco Biagi, come consigliere di un ministro del centrodestra, ma entrambi animati dalla convinzione – che non è né di destra, né di sinistra, ma è soltanto profondamente ragionevole – secondo cui il diritto del lavoro può essere difeso efficacemente soltanto da chi sa lavorare per farlo evolvere. Fu proprio Marco a ricordarmi qualche tempo fa le parole dell’ultimo intervento pubblico di D’Antona, pronunciato dodici giorni prima che mani assassine gli togliessero la vita per punirlo delle sue idee e del suo impegno a realizzarle: «Il diritto al lavoro perde qualcosa, rispetto ai densi riferimenti storici che lo connotano, e il qualcosa è il forte orientamento all’"avere" (alla stabilità, all’uniformità). Avere il lavoro, ossia il posto, con le garanzie di stabilità, cosa che si può esprimere anche i n termini di property in job , … rimanda a un modello di impresa e di organizzazione del lavoro rigida, uniforme, durevole, che tende al declino. Il diritto al lavoro sembra spostare il suo baricentro… sull’"essere" ossia sulla persona. Quando si parla di impiegabilità, quando si sottolinea l’irrinunciabilità di una tutela che assicuri a chi cerca, o cerca di conservare, il lavoro, uguali punti di partenza ma non di arrivo; quando si indica nelle strategie di sostegno del lavoratore nel mercato il meglio che l’approccio micro-econ omico può fare in aree di alta disoccupazione… altro non si fa che "prendere sul serio il diritto al lavoro" come garanzia costituzionale della persona sociale, aggiornandola però come garanzia dell’essere anziché dell’avere». Sarebbero potute essere parole di Marco; ed è per trasformare in fatti concreti idee come queste che negli ultimi anni egli ha lavorato con una tenacia e una intensità straordinarie. Fino a che anche a lui la violenza assassina ha impedito di andare avanti.
di PIETRO INCHINO


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