La tesi della Fondazione Di Vittorio: così ci condanniamo alla marginalità

17/03/2003



            17/3/2003
            «SEMPRE PIÙ DRAMMATICA LA PERDITA DI COMPETITIVITÀ E DI QUOTE SUI MERCATI INTERNAZIONALI»
            «Il Paese soffre perché ha poche grandi imprese»
            La tesi della Fondazione Di Vittorio: così ci condanniamo alla marginalità

            ROMA
            È vero declino per l´industria italiana, oppure una visione «miope» dei dati congiunturali (molto negativi, certo) porta a conclusioni troppo affrettate? Il dibattito è aperto da mesi, e come sempre analisi e statistiche possono facilmente essere piegate in un senso o in un altro. Certo è che a parte le notizie di cronaca, i segnali di preoccupazione non mancano. Come riporta l´Isae, l´istituto congiunturale del governo, nel 2002 la produzione industriale nel 2002 è diminuita del 2,1%, e anche se si segnala nella seconda metà dell´anno passato una certa ripresa degli investimenti l´avvio del 2003 non sembra confortare le speranze di ripresa. Ma al di là delle istantanee sullo stato dell´industria italiana, ci sono economisti e studiosi che cominciano a lanciare l´allarme sulla tenuta del sistema produttivo, che nonostante una tradizionale vitalità della componente della piccola impresa sembra in perdita di velocità e di protagonismo quando si parla dei grandi gruppi. E la debolezza delle nostre grandi imprese, che dovrebbero svolgere un ruolo essenziale per la competitività dell´intero sistema, in questa visione rischia di minacciare a medio termine la stessa posizione dell´Italia sui mercati internazionali del lavoro e della produzione. Perché solo la grande impresa industriale ha il potenziale «culturale» e finanziario per spingere sul pedale dell´innovazione e pilotare il sistema fuori dalle secche del declino. È questa la tesi di Patrizio Bianchi, Marcello Messori e Paolo Onofri, tre autorevoli economisti che collaborano con la Fondazione Di Vittorio, il pensatoio di Sergio Cofferati. Tre personalità che durante il quinquennio del centrosinistra hanno ricoperto un ruolo attivo – con qualche peripezia e malumori – nelle decisioni di politica economica dei governi dell´Ulivo: Bianchi (docente a Ferrara) alla guida di Sviluppo Italia, Messori (che insegna a Roma-Tor Vergata) a Palazzo Chigi con D´Alema, Onofri come consigliere di Ciampi e Amato. Di recente stesura è uno studio sui «problemi di competitività del sistema produttivo italiano» pubblicato sul sito della Fondazione, e discusso nel corso di un incontro con alcuni giornalisti a Roma. Bianchi, Messori e Onofri denunciano una forte perdita di competitività dell´economia italiana nell´ultimo decennio. Un fenomeno che ha radici lontane, tenendo conto che il nostro sistema industriale è diventato forte e potente grazie a una ricetta peculiare: ruolo da protagonisti dello Stato e dell´impresa pubblica, basso costo del lavoro, possibilità di sfruttare la svalutazione per riconquistare competitività di prezzo. Una china che poteva essere arrestata se negli Anni 80 si fosse cambiato rotta sfruttando una congiuntura positiva, anziché creando le premesse di una quasi catastrofe di finanza pubblica che il Paese ha dovuto affrontare negli Anni 90, in un contesto macro durissimo. La seconda «occasione perduta» è stato l´ingresso nell´euro: molte riforme importanti sono state avviate o abbozzate – modernizzazione del sistema economico, liberalizzazioni, privatizzazioni – ma senza organicità. E dopo il successo del centrodestra, dicono i tre studiosi, buona parte di queste riforme sono state depotenziate o limitate, specie in campo fiscale. Sul piano macroeconomico i risultati sono sotto gli occhi di tutti: l´Italia ha un tasso di crescita sistematicamente inferiore a quello dei concorrenti europei, e la quota di mercato mondiale complessivamente decresce. Sul piano della struttura del capitalismo e dell´industria, conseguenze altrettanto significative. Primo, la stagione in cui l´impresa italiana tentava acquisizioni all´estero è ormai lontana, e semmai i nostri «campioni» sono costretti a subire assalti. Secondo, «si è accentuata – dice lo studio – quella struttura proprietaria familiare, che pone vincoli stringenti agli investimenti innovativi perché privilegia l’indebitamento di breve termine e gli investimenti sostitutivi di lavoro». Terzo, si è accentuata la marginalità delle nostre grandi imprese, con la conseguenza che l’intero peso della crescita del Paese è oggi addossato ai sistemi di piccolo-media impresa, che peraltro sono sempre meno in grado di trovare margini in un sistema economico in difficoltà, e non hanno la forza di sviluppare la grande ricerca e la grande innovazione. Infine, si è verificata una corsa dei residui grandi gruppi industriali verso i servizi di pubblica utilità, poco o male liberalizzati, ma sempre profittevoli grazie a contesti monopolistici. E così, dei primi 15 gruppi industriali solo due sono a proprietà diffusa, e ben sette sono di proprietà pubblica. Nel 2001 le imprese sotto controllo pubblico o con attività in concessione pubblica (televisioni, telefoni, energia, utilities) presentano performances migliori del resto del sistema (in termini di rapporto utili/fatturato, 1,3 per le private, 3,7 per i servizi pubblici, 5,8 per le imprese pubbliche). E mentre tutti vanno a caccia di autostrade, telefoni e acquedotti, intanto diminuisce la quota di mercato a livello planetario dell´azienda Italia. Mentre concorrenti come Francia e Germania (che hanno un costo del lavoro maggiore) dal `97 al 2001 progrediscono, la quota sul commercio mondiale dell´Italia arretra, sia considerando il valore che pesando questo valore sui (relativamente concentrati) mercati di sbocco del nostro export. Non saranno le microimprese o i distretti industriali a tirarci fuori da questa situazione, avvertono Bianchi, Messori e Onofri. I «distretti» non possono farcela senza un traino potente e organico, e le piccole imprese non sono in grado di giocare un ruolo strategico sui mercati internazionali, costrette come sono a rincorrere modesti e temporanei vantaggi con la delocalizzazione o la compressione dei costi. «Senza un minimo di grande impresa efficiente e innovativa e senza la disponibilità di un’adeguata gamma di servizi finanziari – affermano gli economisti – i sistemi di piccola-media impresa non potranno sostenere a lungo la presenza dell’economia italiana sui mercati esteri e su quello interno e non basteranno, quindi, a garantire quella "massa critica" necessaria per tracciare un sentiero di sviluppo accettabile». Come uscirne? La strada suggerita dagli economisti della Fondazione presieduta da Sergio Cofferati è quella di rafforzare i sistemi di piccola-media impresa costruendo un nucleo di grandi imprese forti e innovative, offrendo servizi per la gestione finanziaria e il riassetto proprietario. Bisogna incentivare gli investimenti in ricerca e sviluppo e i processi innovativi, andando al di là della mera erogazione di fondi o della concessione di sgravi fiscali e costruendo un’efficiente rete di centri pubblici di ricerca in grado di raccordarsi con le esigenze e le iniziative delle imprese private. Bisogna far saltare le barriere normative ed economiche che impediscono una vera competizione nel settore bancario, per facilitare l’offerta di servizi di corporate finance. E naturalmente serve una strategia di politica economica coerente, che rimuova gli ostacoli alla concorrenza – ad esempio, rafforzando e non indebolendo le fragili autorità di regolamentazione dei servizi e dei mercati – e politiche fiscali stabili, in grado di favorire la capitalizzazione e l´aggregazione delle imprese. E anche se Bianchi, Messori e Onofri non affrontano compiutamente questo punto, c´è anche chi suggerisce una rivisitazione – non necessariamente in chiave «neocolbertista» – del ruolo dell´intervento pubblico nell´economia.

            Roberto Giovannini