La tesi del sociologo Accornero: la ribellione non è Cobas

05/12/2003

      5 Dicembre 2003

      CONVERSAZIONI.
      LA TESI DEL SOCIOLOGO ACCORNERO

      Il tram è partito dal sindacato
      Gli autonomi non avrebbero avuto la forza di impedire il lavoro

        I ribelli dell’Atm di Milano non sono i nuovi Cobas. Né questo episodio può essere interpretato come l’inizio di una nuova stagione delle relazioni sindacali, segnate dal conflitto esasperato e dalla mancanza di regole condivise. Né – ancora – è una «questione prevalentemente di sinistra», quella che qualcuno ha richiamato con nostalgia. E’ questione che riguarda l’intera comunità. «La gravità dei fatti – scandisce Aris Accornero, sociologo dell’Università di Roma La Sapienza – risiede proprio nella sua unicità. Non credo affatto all’idea che con questo episodio abbia avuto inizio un’opera di erosione delle regole».

        In questa conversazione con Accornero cerchiamo di individuare la possibile origine, in una lettura dentro le dinamiche strettamente sindacali, della rivolta di Milano. La tesi di Accornero è che è sbagliato attribuire allo sciopero selvaggio degli autoferrotranvieri il significato di una crisi di capacità rappresentativa delle organizzazioni sindacali confederali, cioè Cgil, Cisl e Uil. «Non siamo di fronte ad una carenza di rappresentatività. Preciso: qui il sindacato non ha voluto o non ha saputo rappresentare la combattività dei tranvieri esasperati. Questo è il punto. Non dimentichiamo che si tratta di una categoria tradizionalmente sindacalizzata, poco incline a perdere le staffe, e ben consapevole di ciò che faceva. Non ci sono stati picchetti o altre forme di pressione. Erano consci della gravità della loro scelta e delle conseguenze che avrebbe comportato. Se non altro perché si tratta di lavoratori a contatto perenne con gli utenti, i quali protestano anche solo se un autobus ritarda».

        Dunque – sostiene Accornero – è stata una decisione nata «nel sindacato, al suo interno» e che, soprattutto, ha finito per «dare una botta al sindacato stesso». Spiega il sociologo: «La dinamica e la logica escludono che un fatto così clamoroso possa aver preso corpo all’esterno delle organizzazioni sindacali, alle quali, invece, è sfuggito di mano per sottovalutazione del malcontento, o anche, come dicevo prima, per volontà di non rappresentare quella modalità di protesta. Ma – continua – mi pare davvero fuori luogo evocare i Cobas. Strutture autonome, alternative a quelle confederali, non avrebbero avuto la forza per impedire l’inizio stesso dei turni di lavoro. E’ stata una contesa tra due linee d’azione sindacale, nella quale è prevalsa quella più combattiva».

        In questo quadro di analisi, meglio si comprende perché a pagare il prezzo più alto sono, probabilmente, proprio le tre grandi organizzazioni sindacali, in termini di immagine ma anche in termini politici. «In fondo – dice Accornero – sembrerebbe che Cgil, Cisl e Uil di categoria abbiano voluto compiere una scelta di moderazione, non volendo rappresentare il “pasticcio” di lunedì». Ma c’è di più. C’è che l’episodio di Milano si inserisce in una fase nel quale si tende a ridurre il ruolo, forse anche il potere dei sindacati. «Negli ultimi due anni – ragiona Accornero – il governo di centrodestra ha messo in difficoltà i sindacati. Dall’articolo 18 alle pensioni, per Cgil, Cisl e Uil è andato tutto storto. E in quest’ottica è estremamente significativa la presa di distanza netta di Pezzotta dall’esecutivo. D’altra parte il sindacato ha avuto una tale caduta di risalto, di potere, di influenza, per nulla prevedibile». Basta guardare al passato, agli ultimi dieci anni. «Le organizzazioni sindacali confederali erano diventate una componente organica sia dei governi tecnici sia di quelli di centro sinistra, assumendo un ruolo che forse non avevano mai avuto in precedenza. Poi di colpo cambia tutto e la concertazione non c’è più». Ma ciò non toglie – conclude – che i responsabili vadano puniti «usando l’intesa tastiera delle sanzioni che la legge mette a disposizione della Commissione di garanzia».