“La Telecom sta morendo e alle Ferrovie interessano solo i Frecciarossa”

08/07/2010

“Sono molto preoccupato da quello che vedo. Telecom Italia, se continuano a gestirla così, si spegnerà come una candela quando finisce la cera”. Ecco un Raffaele Bonanni “di lotta”. Chi è abituato al segretario generale della Cisl in versione “di governo” può stupirsi di vederlo in prima linea a sostegno del doppio sciopero di domani, quando i sindacati confederali, compatti, faranno fermare i lavoratori del gruppo telefonico guidato da Franco Bernabè insieme con quelli delle Fs di Mauro Moretti.
Così divisi davanti a Marcegaglia e Marchionne, con Guglielmo Epifani ritrovate la
sintonia per andare all’attacco di Bernabè e Moretti.
Guardi che capita molto più spesso di andare d’accordo che di litigare. È che solo il disaccordo fa notizia. Ma noi con la Cgil e la Uil gestiamo insieme normalmente le innumerevoli crisi delle singole aziende grandi e piccole.
Perché la sua linea degli ultimi mesi, sempre molto attenta a evitare il conflitto
frontale con le imprese, non vale per Telecom e Ferrovie?
Per la semplice ragione che noi riconosciamo alle industrie italiane che si misurano con il mercato di dover fronteggiare difficoltà obiettive. Per cui non le accusiamo di niente, in generale, se non di essere vittime del liberismo al quale hanno inneggiato per anni.
Quindi, si intuisce, Telecom e Ferrovie con il mercato non hanno molto a che fare…
Questo vale soprattutto per le Fs. Io stimo Moretti, e riconosco che deve fronteggiare i risultati di anni di abbandono delle gestioni precedenti. Però vedo che usa due pesi e due misure, da una parte Frecciarossa e dall’altra i treni per i lavoratori pendolari. Mette tutte le risorse da una parte e niente dall’altra .
Mette i soldi dove c’è il mercato e, dove non c’è, spende ciò che gli dà lo Stato…
Lo so, lui risponde sempre così, però così finisce che in treno viaggia solo l’élite. E invece ci sono impellenti bisogni sociali della mobilità. Ci vuole il contratto unico della mobilità terrestre, aiuterebbe a dare impulso al mercato.
E invece che cosa avete contro Bernabè?
La situazione di Telecom Italia è sotto gli occhi di tutti, un’azienda che va in progressivo deperimento, mentre il management sa sfornare solo ristrutturazioni e riduzioni di personale.
Negli ultimi anni la gestione Tronchetti Provera prima e quella di Bernabè poi hanno
cancellato decine di migliaia di posti di lavoro, non si ricordano clamorose proteste del sindacato, eravate troppo impegnati nella co-gestione?
Ma quale co-gestione! Noi abbiamo protestato contro i tagli di personale, ma non ci hanno mai ascoltato. La verità è che in queste aziende grandi, pubbliche o ex pubbliche, contavano i partiti, non i sindacati. Sono i politici che hanno privatizzato Telecom in fretta e furia, male e a un prezzo basso. Il disastro di Telecom ha attraversato sei o sette governi, ho anche perso il conto [7 è ilnumero esatto, ndr], e nessuno ci ha mai ascoltato. Ai sindacalisti si può rimproverare tutt’al più qualche distrazione, qualche caso in cui qualcuno non ha fatto il suo dovere.
Faccia finta di essere ascoltato: che cosa direbbe a Bernabè?
Quello che gli diciamo con lo sciopero nazionale di otto ore di domani: Telecom Italia era uno dei leader mondiali, come presenza internazionale e come livello tecnologico, adesso non investono più, non si modernizzano, stanno diventando la Cenerentola del mondo delle telecomunicazioni. Sfruttano la rete senza investirci più un euro, pensano solo al dividendo da distribuire agli azionisti.
I tempi sono cambiati…
Lo so bene, ma perché in questo passaggio d’epoca ci sono grandi aziende come Enel e Finmeccanica che, restando a controllo statale, hanno vissuto il passaggio d’epoca e oggi si affermano come prospere realtà internazionali? Perché loro sì e Telecom no?
Perché?
Perché in Telecom nessuno sembra porsi il problema di come si crea la ricchezza. Per me si crea investendo sulla tecnologia e sugli uomini. Bernabè taglia gli investimenti tecnologici e caccia le persone.
A proposito di persone cacciate, che cosa ne pensa degli editori che con l’aiuto dello Stato prepensionano giornalisti di 57-58 anni? Penso che intanto paghiamo il fatto di non avere editori puri, di quelli che campano solo di notizie. Evidentemente i nostri editori, che puri non sono, dispongono di argomenti persuasivi per gli uomini di governo. Così ci chiedono di alzare l’età pensionabile per gli edili e la abbassano, a spese dello Stato e con stati di crisi costruiti su bilanci spesso in attivo, per i giornalisti.
La vecchia idea di fare un nuovo sindacato dei giornalisti torna a galla?
No, non lo faremo, per adesso ci accontentiamo di sperare che l’attuale sindacato unico, la Fnsi, diventi più plurale. Perché plurale non è.
Sembra quasi una minaccia.
Ma no, che minaccia. È solo per dire che se la devono guadagnare.