La svolta della Cgil per il quinto stato

25/02/2013

l’hanno chiamato un accordo che «mette insieme padri e figli» una scelta di «solidarietà espansiva». è stato firmato a reggio emilia per un’azienda (l’Ifoa) che ha sedi a Milano, Bari, Padova, Firenze, Bologna e Modena. L’intesa non assicura il posto fisso per tutti, ma, spiegano Nidil e Filcams-Cgil, «opera le necessarie distinzioni fra l’impiego proprio dei lavoratori autonomi – per i quali è infatti previsto un percorso di inclusione nella contrattazione collettiva e nei diritti – e l’uso distorto delle collaborazioni come sostitutive di lavoro dipendente». Buona parte dei lavoratori saranno così stabilizzati mentre coloro che svolgono «il proprio lavoro con modalità autonome… saranno oggetto di uno specifico protocollo che disciplini le varie tipologie (collaborazioni, partite Iva, occasionali, ecc.)». Una vicenda che dimostra come sia possibile aprire nuove strade alla contrattazione dei lavori precari, senza togliere diritti ai padri per concedere qualcosa ai figli. Un tema, questo del rinnovamento contrattuale, capace di uscire dalle strettoie care a Sacconi-Ichino e molti altri, affrontato in due saggi di Sergio Bologna e Aldo Bonomi. Entrambi hanno preso lo spunto da una serie di affermazioni di Susanna Camusso e dalla pubblicazione di un volume Ediesse «In-flessibili, guida pratica della Cgil per la contrattazione collettiva inclusiva e per la tutela individuale del lavoro». Contiene scritti di Elena Lattuada, Fabrizio Solari, Davide Imola, Cristian Perniciano, Rosangela Lapadula, Marilisa Monaco. Un volume che, secondo Sergio Bologna (nel saggio su www. fondazionemicheletti.it/altronovecento) lascia intravedere «la possibilità di una svolta molto importante nella storia della Cgil». Essa parte da questa affermazione di Susanna Camusso: «Riconosco che abbiamo sbagliato a non usare la forza collettiva dei più garantiti per difendere anche le persone senza contratto o con un contratto atipico». Tutto deve partire, spiega Bologna, dalla constatazione dell’esistenza di «due fattispecie lavorative, quella del lavoro subordinato o dipendente e quella del lavoro autonomo». E quindi il lavoratore con contratti «atipici» non ha la sola alternativa del lavoro subordinato. Ne ha altre due: «quella del lavoro indipendente e quella del precariato per scelta». Questa del «precariato per scelta» sarebbe dettata dal considerare «più conveniente continuare a vivere di lavori saltuari piuttosto che farsi assumere da laureati a 800 euro al mese per 50 ore settimanali o aprire una partita Iva e farsi massacrare dal fisco e dall’Inps». Una tesi che può essere considerata scandalosa ma che ho potuto constatare presente, nell’attività per questa rubrica, negli orientamenti di molti giovani. Costoro preferiscono, perlomeno nelle prime fasi occupazionali, non tanto inseguire un posto fisso purchessia, magari in condizioni umilianti, quanto ottenere un lavoro magari a tempo ma tutelato e con possibili spazi di autonomia. E senza vuoti di reddito tra un’occupazione e l’altra. Sempre Sergio Bologna cita, a questo proposito, la guida Cgil laddove specifica che «prima di iniziare un’azione collettiva nei confronti di persone con contratti “atipici” è bene verificare la volontà delle persone che abbiamo di fronte nel voler essere assunti stabilmente» e di verificare «quali e quanti sono i lavoratori che non pensano di avere le condizioni o vogliono volontariamente continuare ad utilizzare le forme di lavoro non subordinato e chiedono una regolazione di quegli stessi». Così come è considerata importante la scelta di organizzare in un’unica Rappresentanza sindacale unitaria dipendenti, «atipici» e professionisti a partita Iva. Concorda nel definire questa della Cgil una «svolta» Aldo Bonomi in un articolo apparso sul «Sole-24 ore». Il maggiore sindacato italiano, spiega, lancia così una «nuova generazione contrattuale» ammettendo «la possibilità che un lavoratore autonomo possa essere titolare di diritti pur volendo restare tale ed essendo portatore di una soggettività differente da quella del lavoratore diCosì i diritti «si slegano dalla forma fordista del lavoro per legarsi alla persona del lavoratore in quanto tale». Significa, aggiunge Bonomi, «rappresentare il lavoro prendendo atto dell`irriducibilità della sua frammentazione, ricostruendone i legami nell`orizzontalità di filiere e sistemi produttivi più che attraverso la verticalità delle categorie». Un modo per uscire dal «fortino del lavoro stabilizzato» per dar vita a un «Quinto Stato del lavoro postfordista». Una bella immagine. Pensando, intanto, certo, per tornare alle parole di Sergio Bologna, in queste ore del dopo voto, a rendere «sostenibile la precarietà» in attesa di una «rivoluzione politica»