La sua riforma delle tasse: evadere

12/11/2004


    venerdì 12 novembre 2004

    La sua riforma delle tasse: evadere
    Berlusconi giustifica chi lo fa se paga oltre il 30%. Stoppato ancora in Consiglio dei ministri

    Marcella Ciarnelli

    ROMA Non ha scelto la platea più adeguata il premier per incitare all’evasione fiscale. Lo ha fatto ieri mattina davanti al comando generale della Guardia di Finanza quando, in un passaggio del suo discorso, ha giustificato quanti, potendo, non pagano le tasse. Una sorta di esproprio proletario di governo sintetizzato in questo modo: «Lo stato deve chiedere ai propri cittadini non più di un terzo di quanto guadagnano altrimenti si tratta di una sopraffazione» contro cui bisogna ingegnarsi «per trovare sistemi elusivi o addirittura evasivi che senti in sintonia con il tuo intimo sentimento di moralità, che non ti fanno sentire colpevole».

    Non è la prima volta che il premier giustifica gli evasori fiscali. Ripete la performance davanti ad esperti della materia che per la prima volta ricevono in casa loro un presidente del Consiglio che non rinuncia alla battuta per esorcizzare un evento più volte accaduto: «Il sottoscritto non potrebbe dire altrettanto su una visita della Guardia di finanza a casa sua». Ma la questione tasse ora è diventata di stringente attualità dato che la soglia massima di aggravio fiscale indicata come quella oltre cui uno stato non può andare con «una richiesta giusta in cambio dei servizi che vengono resi» va a collimare perfettamente con quella che lui vorrebbe fosse l’aliquota massima della sua contrastata riforma. Quel 33 per cento che si allontana sempre più. Quell’intervento epocale che è stato ridotto a «timido tentativo» perché «la concretezza delle cifre non ci consentono di andare ad una riduzione maggiore».


    L’occasione è di quelle succose per ripercorrere la strada in salita che si trova a percorrere nel tentativo di portare a casa una riforma spendibile in campagna elettorale. Quel tanto che basta a non sentirsi dire che lui non ha mantenuto le sue promesse e, quindi, può anche tornarsene a casa come da più parti ieri gli è già stato detto attraverso i giornali ma che per il premier sono solo «critiche dure e cattive».


    Che non tengono conto del fatto che lui ce l’ha messa tutta per riuscirci. Pur in presenza di una situazione di deficit che, ovviamente, «viene dal passato». Che lui ha ereditato. Che non è assolutamente colpa sua. Il governo, conferma il premier alle Fiamme gialle schierate, ha fatto tutto il possibile. E anche se non saranno state rispettate le date, se non saranno state rispettate le aliquote, anche se non si sa se alla fine la riforma si farà, ma lui l’impegno l’ha mantenuto. Se poi si riuscisse ad ottenere una revisione dei parametri di Maastricht «la riduzione delle imposte sarebbe maggiore di quello che si è potuto fare». Un’altra promessa.


    Ovviamente ai finanzieri è stato omesso l’elenco dei veti incrociati da parte degli esponenti della maggioranza di governo che sono il vero ostacolo contro cui va a sbattere la voglia di Berlusconi di realizzare quanto campeggiava sui manifesti elettorali della campagna 2001. «Meno tasse per tutti». Non andrà così. Già arrivare alla riduzione dell’Irap sta creando non pochi malumori tra gli alleati. La coperta è corta. Se si aiutano le aziende grandi ne soffriranno le piccole. E viceversa. Con diverse conseguenze sui diversi elettorati.


    Tutto condizionato dall’inevitabile rimpasto di governo. Almeno per la parte che prevede la sostituzione del neo commissario europeo, Franco Frattini. Alla Farnesina ci dovrebbe andare Gianfranco Fini che in questi giorni sta riscaldando i muscoli girando il mondo in lungo e in largo. Mentre sulla nomina di Marco Follini a vicepremier c’è da registrare un altro no della Lega che insiste, dovendo per forza di cose fare a meno di Bossi, ad avere una poltrona di governatore in una regione importante del Nord. DI qui, a scendere, le diverse necessità di collocazione per Urso, La Russa, Baccini, e giù a scendere fino ai socialisti e i repubblicani che continuano a chiedere visibilità. Se continua così si potrebbe arrivare solo alla nomina di Fini. E basta.