La strategia di Cofferati e la tentazione della rottura – di M.Giannini

24/10/2002


 
GIOVEDÌ, 24 OTTOBRE 2002
 
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La strategia di Cofferati e la tentazione della rottura
L´ex leader Cgil sembra destinato a guidare una forza composita: uno schieramento che parte dai diritti per abbracciare no global, pacifisti, ambientalisti e catto-comunisti
L´impiegato più illustre della Pirelli ora ha ridefinito il suo status: gettati via gli abiti del sindacalista si è trasformato a tutti gli effetti in un "soggetto politico"
 
MASSIMO GIANNINI

CHI uccide l´Ulivo? D´Alema, Fassino e Rutelli, come sostiene Cofferati? O Cofferati, come sostengono D´Alema, Fassino e Rutelli? Se si giudica dal risultato dell´assemblea di ieri sera, la risposta è «nessuno». Non c´è medico legale che possa constatare l´avvenuto decesso: l´Ulivo è ancora «tecnicamente» vivo. Le proposte approvate dai parlamentari non lo rifondano su basi nuove, ma non lo affondano nel vecchio baratro. I grandi alleati ottengono il feticcio dello speaker unico sui temi essenziali, i piccoli cespugli respingono lo spauracchio del voto a maggioranza.
Pecoraro Scanio spera: «Per ora abbiamo bloccato i pasdaran». D´Alema non dispera: «Almeno da oggi la coalizione c´è». Di questi tempi conviene accontentarsi.
Ma politicamente l´Ulivo resta in coma vigile. E se l´obiettivo dell´ex leader della Cgil era quello di rianimare l´opposizione, il piano è miseramente fallito. L´intervista di Cofferati a «Repubblica» è una bomba piazzata davanti alla porta dei leader riuniti insieme ai deputati e ai senatori della coalizione. Con quella sortita, l´impiegato più illustre della Pirelli ridefinisce il suo status, e quello dei molti che, nel centrosinistra, a lui fanno riferimento. Buttati via del tutto gli abiti del sindacalista, Cofferati è ormai a tutti gli effetti un «soggetto politico». Il suo ritorno in scena, dopo un mese di silenzio, coincide con un evento preciso: la riunione della base ulivista, che deve decidere le nuove regole dell´alleanza. Una scelta dei tempi che si fatica a considerare casuale. I suoi toni, oltre che i suoi argomenti, segnalano una svolta radicale. Nel metodo, la sconfessione definitiva degli attuali gruppi dirigenti, incapaci di interpretare le tensioni e le passioni delle grandi masse. Nel merito, l´adesione a un modello di sinistra dura e pura, antagonista e movimentista, a metà strada tra Bertinotti e Pancho Pardi.
E´ un Cofferati «estremo». L´esatto opposto del dirigente sindacale abituato a trattare e a fare accordi con la controparte. Si incunea nelle difficoltà reali e nelle contraddizioni oggettive dell´opposizione. Ha ragione quando indica «il disastro di questi mesi»; quando stigmatizza l´incoerenza dei partiti e dei sindacati che criticano la politica economica del governo ma poi non fanno nulla per contrastarla; quando denuncia «i ritardi» dell´alleanza su alcuni temi sollevati dalla società civile e quel misto di fastidio e di opportunismo col quale il ceto politico tratta i girotondi, salvo poi «accodarsi quando li scopre consistenti». Ma usa questi varchi per rompere, non per ricucire.
Ha torto sull´Afghanistan e sull´Onu: l´abbraccio acritico con il «pacifismo assoluto» lo soffoca al punto da non vedere che in un anno qualcosa è cambiato a Kabul; che può esistere la «guerra giusta» già spiegata da Norberto Bobbio; che l´azione delle Nazioni Unite, con tutti i suoi limiti e i suoi compromessi, è riuscita comunque a imbrigliare l´unilateralismo del gigante americano e a stoppare la guerra preventiva all´Iraq. Ha torto sul no secco al voto di maggioranza dentro l´Ulivo: la pretesa sintonia con le forze minori del centrosinistra, dai verdi ai comunisti italiani, lo induce a non ricordare che, tra gli anni ´70 e la fine degli ´80, proprio in forza di quel principio Lama e Trentin gestirono il dissenso di Bertinotti dentro la Cgil; una malintesa tutela del pluralismo e delle minoranze lo spinge a dimenticare che negli anni ´90 lui stesso ha fatto altrettanto con la corrente rifondatrice di «Essere sindacato». Ha torto sul riformismo; la malcelata avversione contro i vertici della Quercia che hanno vinto il congresso di Pesaro gli fa dire che «è una parola malata», e gli impedisce di riconoscere che invece proprio lì, in quella parola che pure evoca principi traditi e maturazioni incompiute, sta la parte migliore della storia della Cgil, e forse anche della sinistra italiana.
Non è ancora chiaro quale sia la vera strategia di Cofferati. Non è ancora visibile lo sbocco finale della «traversata nel deserto» che ha avviato da ieri. L´aspro radicalismo delle sue esternazioni lo spinge naturalmente alla guida di uno schieramento composito, irriducibile e oltranzista di sigle e di forze. Uno schieramento che parte dai diritti, incrocia il mondo del lavoro, abbraccia i movimenti e i no global, le culture ambientaliste e quelle pacifiste, le formazioni proto, neo e catto-comuniste e anche un pezzo di quelle ex-comuniste. Per fare cosa? Per allearsi con chi? Questo non è ancora noto. Quello che è certo, è che questa mossa di Cofferati precipita su due cerchi concentrici, sconvolgendoli entrambi.
Il primo cerchio è quello più ampio. E´ l´Ulivo, che di fronte all´offensiva a tutto campo dell´ex segretario generale della Cgil accentua il suo stato di tensione. I leaderini si coprono dietro alle spalle larghe di Cofferati, per partire al contrattacco e rafforzare i loro diritti di veto nelle scelte dell´alleanza. I leader si scoprono ancora una volta incapaci di azzardare forzature, di dettare un sistema di regole e di farle osservare, imporre un ordine del giorno e di farlo rispettare. Tutti insieme si sforzano di non distruggere le macerie rimaste. Ma da qui a ricostruire ce ne corre. La linea massimalista inaugurata da Cofferati rende impraticabile qualunque ipotesi di ticket con Romano Prodi. E spinge invitabilmente verso la diaspora tra un Piccolo Ulivo, cioè un nucleo duro costruito da un pezzo dei Ds, la Margherita e lo Sdi, e una Piccola Cosa, tendenzialmente rosso-verde, che federa tutte le altre anime rimaste a sinistra.
Il secondo cerchio è quello più ristretto, ma non meno nevralgico. E´ la Quercia, che di fronte al manifesto cofferatiano evidenzia il suo stato di disgregazione. Il profilo identitario del partito che esce dalle parole dell´ex sindacalista è chiaramente inconciliabile con quello indicato dall´attuale segretario, con l´imprimatur del presidente. I Ds che vorrebbe Cofferati non hanno più alcun elemento di omogeneità politico-culturale con i Ds che vogliono Fassino e D´Alema. Non si tiene assieme l´anima che ha lasciato un´impronta di sé nel governo di centrosinistra (con la difficile e prosaica fatica della gestione quotidiana ma con tanto di intervento militare nel Kosovo) e l´anima che vuole ridefinire integralmente i suoi valori (se serve anche al punto di negare una parte di quella esperienza di governo).
A questo punto, al di là delle intenzioni visibili, bisogna prendere atto che la scissione dei Ds c´è già nei fatti. Affonda le radici in un´incompatibilità che è anche tra le persone, e non più solo tra le politiche. E che per questo ha già ora un contenuto etico, che è già manifesto. Difficile dire chi ne porti la colpa. Se siano stati i «riformisti» di Pesaro, che hanno gradualmente sospinto la minoranza verso la «riserva indiana», quella di una deriva oppositoria sterile e testimoniale. Oppure se sia stato il correntone formalmente guidato da Berlinguer ma sostanzialmente ispirato da Cofferati, che ha condotto una battaglia sotterranea di destabilizazione e di delegittimazione verso la maggioranza. Possono essere vere entrambe le cose.
E´ sicuro che il partito è già sul piano inclinato di un drammatico frazionismo. Quando da questa frattura identitaria e morale nascerà anche una rottura politica e partitica, può essere ormai solo questione di tempi e di opportunismi dettati dal momento. O di convenienze dettate dal timore reciproco dei due schieramenti di non compiere per primi il passo fatale, di non portare sulle spalle la rispettiva responsabilità di una scelta tra che per la sinistra italiana ha avuto sempre effetti rovinosi nella storia di questo secolo. Non si vede come e chi possa fermare la Quercia, in questo progressiva scivolamento. Non c´è nel partito un´autorità morale capace di ritentare una sintesi condivisa, nella quale tutti possano alla fine riconoscersi, ciascuno con le proprie sensibilità. Se qualcuno ha in testa questa tentazione, deve sapere che condannerà la sinistra al totale disfacimento. Berlusconi può stare tranquillo: governerà altri vent´anni.