La strategia di Cofferati e i rischi della sinistra – di Mario Pirani

11/07/2002


GIOVEDÌ, 11 LUGLIO 2002
 
Prima Pagina e pagina 17 – Commenti
 
I RISCHI DELLA SINISTRA
La strategia di Cofferati e i rischi della sinistra
  
  
  
La scelta di una chiusura così ferrea ha però impedito ogni compromesso migliorativo, separando le strade delle parti sociali e portando lo scompiglio tra i Ds
Grazie al capo della Cgil della riforma dell´art. 18 non è rimasto quasi nulla
Ma il leader sindacalista ha scelto di non incamerare il frutto della sua lotta

MARIO PIRANI


"FACCIAMOCI del male": questa sembra esser diventata la parola d´ordine ispiratrice della sinistra, in preda a una sindrome autodistruttiva capace, persino, di disperdere quel vigoroso soffio di ripresa segnato dalle grandi manifestazioni del marzo scorso, dallo sciopero generale e dal successo nelle elezioni amministrative.
La divaricazione di fondo, al di là delle parole edulcorate che l´accompagnano, tra la linea imposta da Sergio Cofferati e le aspirazioni della maggioranza Ds, delineate ieri da Piero Fassino, ha raggiunto una soglia di rischio pericolosissima. Se c´è, però, una speranza di ricomporre il dissidio essa risiede nella chiarezza delle posizioni e non nel loro diplomatico offuscamento. Anche i tentativi d´analisi debbono, dunque, attenersi a eguale norma.

Vorrei, in proposito, ripropormi la domanda di Michele Salvati (Repubblica di mercoledì): perché il segretario della Cgil ha rifiutato di sedersi al tavolo dove si discutevano i rapporti di lavoro, compreso l´articolo 18? Ora è evidente che avendo fatto della sua assoluta intangibilità una questione di principio ne è derivata la scelta d´una opposizione totale, intransigente, senza mediazioni possibili, scontando fin dall´inizio, senza troppo dolore, la rottura non solo con Cisl e Uil ma anche con le organizzazioni di massa di sinistra delle cooperative e del commercio.
Vi è in questa posizione una logica coerente con tutta la strategia preclusiva messa in atto da alcuni anni, sia contro le proposte di riforma dei rapporti di lavoro, avanzate dai governi di centrosinistra, presieduti da D´Alema e da Amato, sia contro quelle prospettate dal Libro Bianco di Biagi, fatte proprie dall´attuale esecutivo. Non entro nel merito se questo corrisponda o meno alla difesa d´un vecchio patrimonio sociale, insidiato dalle trasformazioni produttive, oltre che da Berlusconi, e atto a garantire ormai una minoranza di lavoratori. E neppure se lo scambio tra diritti acquisiti e nuove tutele potrebbe, viceversa, propiziare l´estensione di queste ultime alla maggioranza che ne è tuttora priva. Di questo si dovrà ampiamente discutere ma il quesito più immediato è un altro: perché Cofferati ha rinunciato a coronare con una netta vittoria, sia pure ai punti, e con una smagliante affermazione di leadership unitaria, la lotta contro l´articolo 18? Se per rispondere ci si basa su fatti concreti e non su astratte questioni di principio si vedrà che questo scenario si è delineato con assoluta chiarezza.
Basta rammentarsi che l´iniziativa governativa si concentrava su tre modifiche dell´articolo 18, destinate a dare libertà di licenziamento in tre casi: a) dipendenti in nero che le aziende provvedessero a far emergere, b) dipendenti con contratto a tempo determinato che ne ottenessero uno a tempo indeterminato, il cosiddetto posto fisso, c) nuovi assunti nelle aziende che decidessero di superare la soglia dei 15 dipendenti.
Orbene, Cofferati ha avuto il merito di cogliere come queste modifiche, presentate come un incentivo a nuove assunzioni, comportassero un marchingegno pericoloso e inaccettabile, soprattutto nel secondo punto. Qualora, infatti, lavoratori a tempo parziale fossero stati "promossi" a tempo indefinito, essi si sarebbero trovati con diritti dimezzati nei confronti dei loro compagni assunti anteriormente. Ma se già questo configurava un principio d´incostituzionalità, ledendo l´uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge, assai più gravi si sarebbero rivelate le conseguenze implicite: gli imprenditori per ogni assunzione sarebbero stati invogliati, d´ora in avanti, a preferire il contratto temporaneo per trasformarlo, subito dopo, in uno a tempo indefinito. In breve tutte le nuove generazioni si sarebbero trovate a lavorare senza più una parvenza di tutela, con la spada del libero licenziamento sulla testa di ogni singolo individuo. La consapevolezza della posta in gioco è stata colta da milioni di italiani. La risposta è stata fortissima, al di là d´ogni previsione. L´unità sindacale ha rappresentato l´elemento essenziale di questa risposta, anche perché ha scompaginato il disegno iniziale di isolare la Cgil. Il valore di principio della lotta contro la facoltà di licenziamento è stato avvertito dall´opinione pubblica, anche di centro destra (non è senza significato che pure il sindacato facente capo ad An abbia scioperato).
Il governo è stato costretto a una marcia indietro clamorosa che, purtroppo, la polemica di Cofferati (il "patto scellerato") gli ha permesso di mascherare. In effetti della temuta riforma dell´articolo 18 non resta praticamente nulla. I punti davvero pericolosi sono stati completamente cancellati. Resta solo la deroga, esplicitamente "temporanea e sperimentale", circondata da cautele aggiuntive così che non possa prestarsi a raggiri, delle nuove assunzioni nelle piccole aziende che decidessero nei prossimi 3 anni di crescere al di sopra dei 15 dipendenti. Dopo di che la clausola decadrà a meno che le parti, con un avviso comune e concordato, di fronte al verificarsi d´un imprevisto successo occupazionale, decidessero di riformularla. Come si vede si tratta di una modestissima modifica che non intacca alcun diritto acquisito e riguarda un solo comparto produttivo. Va inoltre considerato che attualmente nelle aziende sotto i 16 addetti non vige lo Statuto dei lavoratori (non c´è rappresentanza, libertà di assemblea e quant´altro), mentre, qualora procedessero a nuove assunzioni lo Statuto entrerebbe in vigore, pur con la sospensione provvisoria del solo articolo 18. Con un ampliamento, quindi, dei diritti sindacali che non dovrebbe essere sottovalutato.
Gli altri punti del Patto sono "deludenti"? Un "patto di lenticchie", come recita un manifesto della Quercia? In proposito bisogna ricordare che ogni accordo sindacale è "deludente", perché frutto di un compromesso fra le parti, in cui ognuna rinuncia in misura più o meno cospicua alla piattaforma da cui era partita. Il ritorno alla concertazione (il cui rigetto rappresentava finora un aspetto qualificante del programma politico della Destra), l´aumento e il prolungamento dell´indennità di disoccupazione, gli sgravi fiscali che per ora riguardano solo le fasce meno abbienti, gli impegni per il Mezzogiorno e a non diminuire nemmeno d´un euro la spesa sociale per l´anno a venire, l´apertura d´un tavolo per definire lo Statuto dei nuovi lavori (dove l´apporto del progetto Amato-Treu, se l´Ulivo si decide ad approvarlo, potrebbe risultare essenziale) sono tutti risultati che Cofferati poteva incamerare come frutto della lotta, anche se si prestano a essere giudicati col metro del bicchiere mezzo vuoto o mezzo pieno. Comunque, se pure si volesse giudicarlo "mezzo vuoto", il Patto non rappresenta certo quella lesione della democrazia da comportare una mobilitazione di massa e un referendum con 5 milioni di firme da promulgare fra ben due anni.
Certo, il risultato poteva essere assai migliore, ma a due condizioni: che la Cgil avesse accettato di discutere su tutti i punti e che avesse presentato delle controproposte, come suggeritole dagli altri sindacati, anch´essi, peraltro, carenti su questo piano. Cofferati, purtroppo, ha rigettato ogni ipotesi d´entrare nel merito. Così è stata accantonata la cosiddetta soluzione Ichino, sul modello tedesco, secondo cui la giusta causa viene estesa a tutti i lavoratori, compresi quelli che oggi non ne fruiscono, ma la scelta tra reintegro o indennità è decisa, di volta in volta, dal giudice. Pollice verso altresì per la riesumazione d´una vecchia proposta del Cnel, tendente a restringere a pochissimi casi ben definiti il concetto di giusta causa.
È evidente che una chiusura così ferrea non solo ha impedito ogni compromesso migliorativo, ma ha separato le sorti della massima Confederazione da quella delle altre due. È una linea che si differenzia nettamente dalla tradizione della Cgil del passato. Per cogliere appieno la differenza basta ricordare il referendum contro la scala mobile, quando Lama, non solo lasciò l´onere dell´iniziativa al Pci, che ne uscì sconfitto, ma evitò di ricorrere allo sciopero generale, sostituendolo con una manifestazione in un sabato non lavorativo. O rammentare il comportamento coraggioso di Trentin che nel ’92, pur non condividendo i contenuti dell´accordo contro l´inflazione galoppante, presentato dal governo Amato e che la Cgil aveva rigettato, firmò ugualmente, dimettendosi subito dopo.
Dimissioni che furono respinte, dopo di che nel ’93 Trentin firmò il Patto con Ciampi che coinvolse il mondo del lavoro italiano nell´asperrimo approdo all´euro.
Oggi, di fronte a un altro decisivo appuntamento, quello per adeguare i rapporti sindacali e la difesa dei lavoratori alla profonda trasformazione produttiva che li sospinge fuori dalle tutele dell´epoca fordista, senza dargliene di nuove, Cofferati si arrocca, per contro, in una tenace difesa residuale, isolando il minoritario popolo di sinistra, che lui stesso era riuscito a rianimare e a riportare unito nelle piazze, dai suoi possibili alleati sociali, trasferendo, infine, la rottura sindacale anche sul piano politico. Una problematica spiegazione di questa linea può essere forse individuata in un suo giudizio, del tutto pessimistico, sul presente e sul prossimo futuro. Se il leader della Cgil, ancora in carica per qualche mese, reputa che il governo Berlusconi non rappresenta solo una destra per certi versi anomala, con alcuni aspetti inaccettabili, soprattutto sul piano della Giustizia e del ruolo della Magistratura, ma la premessa di un regime liberticida con cui non va fatto alcun tipo di compromesso, neppure parziale, stigmatizzando chiunque ricerchi alleanze che diluiscano una linea di contrapposizione totale e di principio, allora la rigida determinazione con cui persegue il suo disegno assume una intrinseca coerenza. Di qui una scelta d´identità classista che dia sostanza a una opposizione di lunga prospettiva.
Di qui un giudizio negativo sulla capacità dei dirigenti Ds e ulivisti di voler condurre una battaglia di questo tipo. Di qui una critica implacabile, anche di tipo morale, ogni qualvolta escono dal ruolo che egli loro assegna.
Di qui la tentazione non d´impadronirsi del partito, come qualcuno paventa, ma d´assecondarne la destrutturazione in vista d´una nuova formazione che comprenda tutto l´arco della sinistra antiriformista (da Bertinotti al "correntone", dai Verdi ai no global, fino a quegli intellettuali che aspirano a un´opposizione permanente, monda da ogni compromesso, arte di governo o aspirazione ad alleanze improprie). In questa chiave si spiega anche il movimentismo referendario in programma, l´evocazione d´un populismo di sinistra, la potenzialità, anche se inespressa e non direttamente cercata, di nuove scissioni. I leader del centro sinistra, Ds in primis, si sentono imprigionati in questo schema implacabile. Tentano d´uscirne con scaramantiche obiezioni e lamentazioni, sia pure giustificate, che lasciano il tempo che trovano.
Chi gioisce e gioirà ancor più è Berlusconi. Sente di avere di fronte un autentico avversario, "il Grande Oppositore" come l´ha battezzato Ilvo Diamanti, destinato, però, per sua scelta, a non vincere mai.