La strana alleanza Montezemolo-Epifani

26/11/2004

    venerdì 26 novembre 2004

    PARTI. DOPO LO SCIOPERO GENERALE DI MARTEDÌ, PARTIRÀ LA FASE DUE COL PUBBLICO IMPIEGO

    La strana alleanza Montezemolo-Epifani
    L’accordo nel governo avvicina Confindustria e sindacati. Il nuovo parametro è il 5,1%

    Sulla nuova manovra fiscale annunciata ieri a Palazzo Chigi, per ora la consegna di Epifani, Angeletti e Pezzotta è quella del silenzio. «Aspettiamo domani (oggi per chi legge, ndr.) per esprimere valutazioni di merito sull’accordo ritrovato, come il sole all’improvviso, nella Cdl», spiegavano ieri sera, con una voce sola, gli uomini più vicini ai tre segretari. Anche se il segretario della Uil Angeletti è stato l’unico, nei giorni scorsi, a dare ragione al premier su almeno un punto: lo sfondamento dei parametri di Maastricht, «che non possono essere vissuti come un totem…».

    Intanto, però, succede qualcos’altro. Le distanze tra Montezemolo ed Epifani, ma anche quelle tra il sindacalismo confederale e i rappresentanti degli interessi industriali si accorciano. Al punto che, più che di dialogo, si può davvero parlare, ormai, di vero patto d’intesa e d’azione. Che, appunto, riparte dal Sud. Ma non disdegna anche di occuparsi di Irap, tassa molto cara alle orecchie confindustriali e che vede una rinnovata attenzione e favore dei sindacati confederali, «purché gli aiuti alle imprese non siano dati a pioggia».


    Il documento sul Sud, firmato insieme da Cgil, Cisl e Uil da un lato e Confidustria dall’altro, è un dato di fatto, che risale a un mese fa. Un altro dato di fatto è la decisione di mettere in campo una grande manifestazione nazionale sui problemi del Sud, che si terrà sicuramente a Roma e la cui data sarà, molto probabilmente, gennaio. Insieme a quella sul sistema industriale del paese. Si tratta, dunque, di nuove iniziative che fanno intravedere quella fase due della strategia sindacale nella sua scelta di politica oppositiva alla politica economica del governo – politica che da ieri acquista, finalmente, un barlume di fisionomia – e la cui fase uno si concentrerà invece, come si sa, nello sciopero del 30 novembre. Sciopero «generale», cioè per tutte le categorie di lavoratori, anche se solo di quattro ore, e «totale», cioè di otto ore per il pubblico impiego. Su questo punto lo scontro sarà davvero frontale.


    Una delle misure di copertura della riforma fiscale è stato individuato nel blocco del turn over. Nel biennio 2005-2006 «ci saranno 75 mila collaboratori pubblici in meno», ha detto il premier. Il rinnovo dei contratti, rebus sic stantibus, diventa sempre più improbabile, almeno entro dicembre.
    I sindacati giudicano «assolutamente inadeguata» l’offerta di un aumento del 3,7%, come ventilato più volte (anche se mai formalmente, sottolineano) dal governo e dicono no anche all’ipotesi 5,1%.


    La cifra, da ieri ufficiale, era già emersa nei giorni scorsi come indiscrezione di stampa ma era stata anche proposta direttamente a Cgil, Cisl e Uil dal governo. I sindacati erano stati sondati in merito in particolare da parte di Siniscalco e Fini. Ma già l’altra sera a Ballarò il leader della Cgil Epifani era stato categorico: «Il 5,1% non basta». I sindacati chiedono aumenti dell’8%, incluso il recupero del differenziale dell’inflazione dell’ultimo biennio e una quota destinata alla produttività. Una piattaforma suscettibile di negoziato e dunque di mediazione, dicono alla Uil. Ma i confederali non sono disponibili a scendere, comunque, sotto il tetto del 6-6,5%, specie dopo il lusinghiero successo registrato nel rinnovo delle rappresentanze sindacali di base (Rsu del Pubblico impiego). Un precedente indicativo è quello del rinnovo contrattuale per il comparto Sicurezza firmato lo scorso 13 ottobre. In quel caso, grazie alla forza del sindacalismo autonomo e alla mediazione di An, sono stati concessi aumenti del 4,7%. Ma le categoria di Cgil, Cisl e Uil non hanno firmato.


    Per una porta che si chiude (in faccia) ai sindacati, però, c’è n’è un’altra che, appunto, si riapre. Quella della consonanza, che a fine luglio sembrava finita in cavalleria, tra Confindustria e Cgil, Cisl e Uil. In particolare quella tra Montezemolo ed Epifani, che stanno tornando ad annusarsi, come per ritornare all’heri dicebamus antecedente alla rottura di luglio, il "patto di Serravalle". L’altro giorno, infatti, il presidente di Confindustria ha fatto sapere che chiederà un incontro al governo sui temi legati al Mezzogiorno «per affrontare non più in ordine sparso le sue priorità».

    Montezemolo giudica «importante trasferire al governo le proposte e le riflessioni contenute nel documento elaborato da Confindustria e sindacati ma con un approccio diverso rispetto al passato». Per ora, di diverso dal passato, c’è il nuovo presidente di Confindustria campana, Gianni Lettieri, già presidente degli industriali di Avellino, uscito vincente da una lotta a tre nell’ex feudo di D’Amato. L’ex presidente di Confindustria, dopo aver perso la battaglia con il presidente della Fiat, ha perso anche il suo ultimo ridotto, quello campano. Segnale immediatamente conseguente ne è stato un convegno in cui lo stesso Epifani e il presidente della Regione Bassolino hanno lanciato un «patto per il Sud» che parta «dal territorio» e che veda la «triangolazione sindacati-industriali-enti locali».