La strada della Cgil dopo il referendum -B.Ugolini

17/06/2003




17.06.2003
martedì 17 giugno 2003
La strada della Cgil
dopo il referendum

di Bruno Ugolini

Sede della Cgil, corso d’Italia, accanto a villa Borghese, nella Roma sommersa dall’afa. La segreteria sindacale è riunita nelle prime ore pomeridiane, prima della conferenza stampa ufficiale sull’esito del referendum. Non c’è aria di sorpresa. Se lo aspettavano tutti un esito del genere, sia quelli che erano totalmente convinti della scelta confederale, sia quelli che avevano sostenuto dei dubbi.
La conclusione definitiva era stata un po’ quella della "riduzione del danno". Lo stesso Guglielmo Epifani nella riunione del Comitato direttivo che aveva scelto il proprio "si", per la battaglia del 15 giugno, aveva osservato: "Difficilmente il referendum raggiungerà il quorum". Una facile profezia. Una tesi ribadita anche nella "chat", promossa da "Unità on line", una settimana fa. Quel "si" era stato in ogni modo assunto, perché considerato come l’orientamento più utile alla Cgil. Un alto numero di "si" questo era stato il ragionamento – potrà aiutare la nostra battaglia per i diritti. Una battaglia incarnata nelle proposte sottoposte alla firma di cinque milioni di lavoratrici
e lavoratori. E’ l’impegno di queste ore, per rintuzzare, subito, l’attacco del centrodestra che già canta pretestuosamente vittoria
(nonostante la sconfitta dei "no") e annuncia di voler procedere, appunto, nell’attacco ai diritti e non solo quelli concernenti i licenziamenti individuali.
E’ bene andare, però, ad una premessa. Questo referendum, una specie di pericolosa roulette russa, non era stato promosso dal principale sindacato italiano. I dirigenti di Rifondazione Comunista, i dirigenti della sinistra Ds, e della Fiom, erano andati, a suo tempo, dall’allora segretario generale, Sergio Cofferati e avevano illustrato
quella ipotesi. E avevano ricevuto un rifiuto motivato, ma non preso in considerazione..
C’era stato, un anno fa, il 12 giugno del 2002, addirittura un caloroso
appello del Comitato Direttivo della Cgil, ricorda Carlo Ghezzi (segretario confederale), affinché si rinunciasse all’iniziativa.
Ed ora il dirigente sindacale commenta: "Se i promotori lo avessero accolto, avrebbero evitato un bagno politico, avrebbero evitato di dividere il fronte democratico e progressista, avrebbero evitato tanti problemi e tante contraddizioni che hanno sottratto energie alle giuste battaglie". Carlo Ghezzi, insieme a Marigia Maulucci (che oggi parla di «sconfitta della Cgil»), Giuseppe Casadio e Achille Passoni aveva
poi espresso una posizione diversa da quella per il "si" proposta da Guglielmo Epifani.
"Io ero per non schierare l’organizzazione, però ho riconosciuto, fin dall’inizio, che la scelta del sì era nell’ottica della riduzione del danno. Io l’avrei ridotto in altro modo". Fatto sta che il Comitato Direttivo
della Cgil aveva fatto sua la proposta di Epifani, con 127 favorevoli su 140 presenti e undici non votanti. "Oggi possiamo dire", aggiunge Carlo Ghezzi, che "le masse popolari italiane non hanno seguito la battaglia indicata da Bertinotti, da Salvi e dalla Fiom. E stato diviso un fronte. Ora bisogna ricucire e rimettere al centro il valore sociale del lavoro e dei diritti. Il referendum non ha aiutato a consolidare questa prospettiva".
La Cgil, ad ogni modo, appare convinta, in sostanza, di aver fatto il proprio dovere, anche se non mancano le voci più critiche come quelle emerse nel corso della campagna elettorale. Erano le voci di Antonio Panzeri (segretario della Camera del lavoro di Milano), di Aldo Amoretti (presidente dell’Inca-Cgil), di Agostino Megale presidente dell’Ires (l’istituto di studi vicino al sindacato). Avevano aderito all’appello per l’astensione lanciato da "Eguaglianza e
libertà" (con il sostegno di Trentin, Carniti, Benvenuto, Lettieri).
E oggi Megale commenta: "I risultati dicono che avevamo ragione, la Cgil non doveva impegnar si in un referendum che ha diviso il Paese".
C’è da dire, però, che il voto del 15 giugno 2003 non avrà gli stessi effetti drammatici che ebbe un altro referendum, quello del 1985 sulla scala mobile. Quella volta, diciotto anni or sono, la spaccatura tra i
sindacati e nella stessa Cgil, fu profonda, dolorosa. Molti ricordano ancora, con amarezza, una trasmissione televisiva dove due leader, Luciano Lama e Ottaviano del Turco sostenevano tesi opposte. Questa volta non c’è stato nulla del genere, nonostante la presenza di opinioni diverse tra un ex segretario come Cofferati e l’attuale segretario Epifani. E non ci sono stati nemmeno confronti-scontri tra Epifani e Pezzotta.
Il cammino unitario, rispetto a quel fatidico 1985, può forse riprendere con minori difficoltà. Certo, c’è il rischio che il patrimonio
accumulato nelle grandi lotte dell’ultimo anno, venga disperso. E non mancano le divergenze tra Cgil, Cisl e Uil sul contratto dei metalmeccanici, sulle nuove regole governative per il mercato del lavoro.
C’è però un clima un po’ meno acido e lo si rileva anche dai commenti sindacali sull’esito referendario. La Cgil, dal canto
suo, non può che ricominciare da quelle sue proposte che hanno raccolto tanti consensi, cinque milioni di firme. Riguardano,
tra l’altro, l’estensione dei diritti ai Co.Co.Co, e anche i licenziamenti individuali nelle piccole imprese, mantenendo, in sostanza, una diversificazione con le grandi imprese. Sono misure che possono trovare un collegamento col programma dell’Ulivo. Sono le tappe di una battaglia lunga e difficile. Non si può pensare di vincerla
con una disperata fuga in avanti, con un si o un no, o pensando che da soli si vince meglio.

Bruno Ugolini