La strada del ritorno (G.Anselmi)

28/04/2006
    venerd� 28 aprile 2006

    Prima Pagina – Editoriale

      La strada del ritorno

        Giulio Anselmi

          OLTRE duemilacinquecento morti della coalizione, tra i quali ventinove italiani, in uno stillicidio di attentati successivi all’occupazione, rappresentano la prova che � fallito l’intervento in Iraq voluto da Bush e assecondato da alcuni suoi alleati. Il dittatore che governava Baghdad � caduto, si sono svolte libere elezioni, ma la pacificazione del Paese non � nemmeno all’orizzonte: pochi giorni fa, solo per citare un esempio, � stato assassinato il fratello del vicepresidente Tareq al Hashimi, ieri � toccato alla sorella dell’uomo politico iracheno finire sotto il piombo dei terroristi.

          Tre anni dopo l’arrivo dei primi marines il quadro complessivo si � aggravato, come se il conflitto, contrariamente al trionfalismo iniziale della Casa Bianca, avesse nutrito la crescita dei fondamentalismi, dall’Iran di Ahmadinejad alla Palestina di Hamas. Molti degli stessi generali americani accusano il loro governo, nel crudo linguaggio dei militari, di �avere sprecato una guerra�. Ma mentre gli altri alleati si sono pi� o meno rapidamente dileguati sulle orme dello spagnolo Zapatero, noi italiani siamo rimasti i soli, assieme a Blair e agli australiani, a partecipare a un’avventura nata sotto il segno dell’ambiguit�: siamo scesi in campo buoni ultimi da �non belligeranti�, per partecipare, si disse, alla pacificazione di un Paese che, nella sua grande maggioranza, non sentiva affatto il bisogno di essere �pacificato� dagli occidentali. La guerra si rivel� presto tutt’altro che finita, mentre in Italia divampavano le polemiche sul superamento, da parte della missione, dei limiti del mandato e del voto parlamentare.

          Filo conduttore di una politica opaca � stato il complesso dell’Italietta, Paese tutt’altro che marziale, in fondo vile e incapace di concludere una guerra con gli alleati con cui l’aveva iniziata. Il centro-destra faceva appello alla mistica dell’Italia grande nazione, e, in quanto tale, capace di assumersi grandi responsabilit�. Parlamento e opinione pubblica, anche per la debolezza dell’opposizione, non hanno mai saputo pretendere di sapere quali fossero con esattezza le �responsabilit� che si assumevano. L’equivoco ci tiene tuttora prigionieri della trappola irachena. Non sappiamo cosa stiamo a fare a Nassiriya, n� a cosa serva la presenza dei nostri soldati, soprattutto da quando il governo Berlusconi, consapevole dell’ostilit� alla guerra (perch� di guerra si tratta) da parte dell’opinione pubblica, ha iniziato un processo di disimpegno, rifugiandosi, nel timore di dispiacere all’�amico George�, nelle zone d’ombra del non detto e dell’allusione. Da allora, anche per la riduzione degli uomini e dei mezzi sul campo, il costo della missione si � alzato in termini di rischio per i nostri soldati.

          Ora � urgente fare chiarezza: il secondo attentato di Nassiriya, fortunatamente meno sanguinoso del primo, non lascia ulteriore tempo per indugi. Berlusconi e Prodi si sono gi� espressi per il ritiro: il primo addirittura calendarizzandolo a scaglioni e indicandone la conclusione per la fine del 2006, il secondo facendone uno dei temi forti della propria campagna elettorale. Se l’Italia non vuole rimanere insabbiata nel pasticcio iracheno per almeno dieci anni, come cominciano a ipotizzare per gli Usa gli strateghi americani, deve saper trovare subito la lucidit� che non � stata ancora capace di dimostrare. L’Iraq va lasciato. Occorre accettare la realt�: la nostra partecipazione all’arrischiata impresa del Presidente americano � stata inopportuna e mal condotta. E non va proseguita sulla base della pretesa di essere quella potenza che non siamo o del timore di essere definitivamente etichettati come un Paese da operetta. Abbiamo dato prova di minorit� politica, semmai, accodandoci affrettatamente e confusamente a un’impresa contraria al nostro interesse nazionale.

          Toccher� al nuovo capo del governo definire tempi e modi, concludendo il discorso iniziato con americani e iracheni da Berlusconi, senza farsi intralciare dalle tentazioni di soluzioni pasticciate, come quelle delle quali si mormora: si ipotizza di addolcire l’uscita conservando collaborazioni di polizia o altre presenze ancor pi� indefinite. Il futuro premier fa bene a dire, prudentemente, che questo � il momento del dolore e a riservare al �dopo� ogni decisione: purch� il �dopo� non si traduca nel rinvio ad altre tragedie. L’indicazione di fine anno fatta dal governo ancora in carica appare ragionevole ed � auspicabile che il centro-destra, passato all’opposizione, si muova con coerenza rispetto a quanto ha finora sostenuto. Sarebbe una scelta che vedrebbe il Paese davvero unito nel piangere i caduti, come ha esortato a fare il presidente Ciampi.

            Occorre invece evitare, come chiedono le frange pi� estreme della nuova maggioranza, che si acceleri anche di un sol giorno il rientro. Se questo avvenisse, concluderemmo ancor pi� miseramente ci� che abbiamo malamente iniziato. L’attentato compiuto ieri contro i nostri soldati ha una chiara valenza politica, al pari delle bombe che seminarono strage a Madrid, alla vigilia delle elezioni. I terroristi probabilmente si muovono sulla base di informazioni molto puntuali sulla situazione italiana. Volevano uccidere ora. Le vittime sono arrivate dopo una serie di tentativi, l’ultimo compiuto sabato scorso, che avevano l’obiettivo di ritrasmettere, attraverso giovani corpi dilaniati, tensione e paura in un Paese che attraversa una fase molto delicata. Farsi travolgere dall’emozione, anticipando quanto � gi� stato deciso (e va fatto), significherebbe regalare qualcosa di pi� della vittoria agli assassini che hanno massacrato i nostri ragazzi. E infliggere a tutti noi un’umiliazione aggiuntiva.