La storia di un Co.co.co diventato dipendente – di Pietro Ichino

03/10/2002





3 ottobre 2002
DIRITTO DEL LAVORO
I paradossi del diritto del lavoro: riflessioni sui «collaboratori coordinati e continuativi»

Riccardo, la storia di un co.co.co. diventato dipendente
di PIETRO ICHINO


      Riccardo era felice come una Pasqua, un anno fa, quando gli avevano proposto di lavorare per una grande impresa informatica diventando uno dei suoi 300 «collaboratori coordinati e continuativi» (co.co.co.). Aveva preso l’incarico molto sul serio; era il primo a presentarsi al lavoro al mattino, l’ultimo a uscire alla sera; e guardava con un pizzico di involontaria sufficienza i colleghi assunti come lavoratori dipendenti, che dovevano timbrare il cartellino e che, come tanti Fantozzi, dipendevano dalla lancetta dei minuti per l’entrata e per l’uscita.
      Riccardo sapeva che il suo lavoro non era garantito da alcuna legge o contratto collettivo, perché era considerato «autonomo»; ma forse proprio per questo lo sentiva più «suo», lo voleva puntuale e perfetto, anche a costo di lavorare dieci ore al giorno per risolvere le piccole emergenze che gli altri, con le loro otto ore fisse, finivano col lasciare irrisolte. Certo, non gli aveva fatto piacere scoprire che era l’azienda a non considerare lui come «suo»: lui non poteva fare uso del parcheggio aziendale, riservato ai dipendenti, né rifornirsi di cancelleria all’economato; non gli avevano dato neppure la chiavetta per la macchina del caffè. Ma considerava queste piccole discriminazioni come aspetti marginali del suo lavoro, che per il resto era sostanzialmente uguale a quello dei colleghi; tra l’altro, a lui davano una retribuzione maggiore, a parità di mansioni. Un po’ più strano gli era parso che, quando aveva chiesto di iscriversi al sindacato a cui era iscritta la maggior parte dei colleghi, la Fiom-Cgil, la sua richiesta fosse stata respinta, perché la Cgil – non diversamente, del resto, da Cisl e Uil – inquadra i co.co.co come categoria a sé stante, nel sindacato Nidil («Nuove identità di lavoro»). Non gli era piaciuto affatto, poi, che gli avessero pagato solo mezzo stipendio per il mese in cui era stato due settimane a casa con una brutta bronchite: ma gli avevano detto che si considerasse fortunato, perché i co.co.co., se si ammalano, non hanno diritto non solo alla retribuzione, ma neppure alla conservazione del posto.
      Poi, dopo le ferie, la svolta: Riccardo viene «assunto», diventa un dipendente dell’azienda. Quando glielo hanno detto, ha pensato che non sarebbe cambiato gran che; invece è cambiato molto. All’inizio, alcune cose curiose. Lo hanno sottoposto a visita medica perché sarà «addetto a Vdt», ovvero a videoterminale (ma allo stesso Vdt Riccardo ha lavorato per tutto l’anno passato: se la visita era ritenuta superflua allora, perché imporla oggi? Se invece un rischio c’era, perché non far nulla un anno fa?); ora gli hanno consegnato con grande compunzione un dépliant contenente le disposizioni per l’evacuazione in caso di incendio (i co.co.co., invece, sono fatti di materiale ignifugo?). Poi lo hanno ammesso al parcheggio aziendale, gli hanno dato la chiavetta del caffé, gli hanno offerto di iscriversi al circolo ricreativo e – ora sì – anche al sindacato di categoria. Adesso Riccardo sente di appartenere davvero all’azienda; dai colleghi di ufficio percepisce di essere considerato come uno di loro. Non è più «uno di loro», invece, per i molti co.co.co. rimasti tali.
      Ma il cambiamento più profondo Riccardo lo ha percepito nel proprio modo di vivere il lavoro. Ora, al mattino deve stare attento a non arrivare in ritardo, neanche di un minuto, pena la perdita di un quarto d’ora di stipendio, ciò che lo umilia non poco; ma pure alla sera scopre di essere sempre più interessato anche lui alla lancetta dei minuti. Del resto, gli hanno chiarito che non può trattenersi al lavoro oltre l’orario, fare dello straordinario, senza un permesso scritto del capufficio e senza scriverlo in un registro controllato dai rappresentanti sindacali. Per altro verso, durante il giorno, quando si trattiene per qualche minuto a chiacchierare con i colleghi sorseggiando un caffè, Riccardo scopre una sensazione nuova, che lui rifiuta pur traendone un sottile piacere: la sensazione che lo stipendio matura anche durante quei minuti; e che, ormai, maturerà sempre, qualsiasi cosa gli accada: anche se si ammalerà. Ma anche se lavorerà un po’ (o anche molto) meno intensamente di prima: cosa del resto probabile, perché durante quest’ultimo anno si è veramente stancato.
      C’è poi un altro pensiero – questo, invece, fastidioso – che Riccardo cerca di scacciare: lui ora appartiene di più all’azienda, ma il suo lavoro appartiene un po’ meno a lui. Riccardo è intrigato; capisce che c’è qualche cosa di sbagliato in ciascuno di quei due modi d’essere del rapporto con l’azienda e con il lavoro. Ne parla con i rappresentanti sindacali, ma ha la sensazione che essi vedano soltanto una metà del problema; lui, invece, va convincendosi che il problema o si risolve tutto intero, o resta irrisolto.






Politica