La sterzata sociale di An e Udc

18/07/2003



 
   

venerdì 18 Luglio 2003









 
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La sterzata sociale di An e Udc

L’obiettivo Riagganciare Cils e Uil, per una concertazione senza Cgil


A. CO.
Che la partita giocata sul Dpef sia stata solo un ulteriore passaggio nella lunga resa dei conti all’interno della maggioranza è sin tropo evidente. I plenipotenziari di An e dell’Udc, i ministri Alemanno e Buttiglione, hanno mirato prima di tutto a ridimensionare il potere del ministro dell’Economia Tremonti. Non è certo un caso se ieri il principale motivo di soddifazione sbandierato dai due partiti frondisti non riguardava tanto il merito del Documento quanto il metodo con cui lo si era approntato, la «collegialità». In realtà, però, il pur fatiscente Documento riflette uno scontro più sostanziale, rivela un conflitto che contrappone due strategie politiche forse inconciliabili. L’obiettivo di An e dell’Udc è sin troppo evidentemente rilanciare quel «Patto per l’Italia» vanificato sul nascere dai no del ministro Tremonti, dalla sua necessità di fare cassa e di stringere al massimo i cordoni della borsa, ma osteggiato apertamente anche dalla Lega.

Dopo la batosta nelle amministrative, Fini e Follini hanno preso atto dell’impossibilità di proseguire su quella strada senza pagarne lo scotto, pesantissimo, in termini di voti. Il ritorno della concertazione annunciato da Alemanno, la santificazione della coesione sociale operata da Buttiglione significano proprio questo: la richiesta di mettere al primo posto nell’agenda politica la ripresa dei rapporti con la Uil e soprattutto con la Cisl, la rinascita del patto per l’Italia, una sterzata netta rispetto ai diktat di Tremonti e di Bossi.

L’obiettivo è ambizioso e va preso sul serio. Si tratterebbe infatti non di ripristinare la vecchia concertazione, ma di crearne una nuova, tagliando fuori la Cgil e chiudendola in un ghetto, magari numeroso ma impotente. Una concertazione «di destra» che, nei progetti dei suoi fautori, dovrebbe traghettare il governo e la maggioranza fuori dalle secche in cui sono arenati. Per quanto risbile sia il parto di questa offensiva, il Dpef evanescente messo a punto dal governo, si tratta comunque del primo e per ora unico tentativo di risposta alla crisi strategica che sta affossando il governo Berlusconi e la Casa delle libertà.

Ma nonostante il piccolo successo registrato nel braccio di ferro sul Dpef, le possibilità di successo dei paladini della nuova concertazione sono a dir poco scarse, limitate dalla crisi economica, dalla mancanza di fondi a disposizione, e dunque dall’impossibilità di contrastare a fondo gli imperativi del ragionier Tremonti. Tuttavia di alternative alla concertazione bis vagheggiata da Alemanno per il momento non ce ne sono. Se la strategia accennata ieri dovesse fallire, per le divisioni nella maggioranza o anche solo per penuria di fondi a disposizione, a Berlusconi non resterebbe altra strada che puntare tutto sull riforme istituzionali, cercando di cambiare a fondo le regole del gioco prima di perdere l’intera partita. Solo che neppure questa è una via facilmente percorribile s enza una maggioranza blindata alle spalle, e dell’attualre maggioranza tutto si può dire tranne che sia blindata.

La terza via, proseguire sulla rotta degli ultimi due anni, dovrebbe essere fuori discussione, e nonostante l’ottimismo di maniera nessuno lo sa meglio di Silvio Berlusconi. Non è certo un caso se, dopo la batosta delle amministrative, il capo del governo ha eliminato dalle trattative con il Quirinale quella che era stata sino a quel momento la sua minaccia ricorrente: il ricorso alle elezioni anticipate. Quelle elezioni oggi il cavaliere le perderebbe, e lo sa. Per questo non è affatto escluso che, sia pure di malavoglia, si pieghi ad appoggiare la neoconcertazione invocata da An e dell’Udc. Prima di passare, in caso di sconfitta, al terremoto istituzionale.