La solitudine del Padrone (R.Gianola)

21/09/2007
    venerdì 21 settembre 2007

    Pagina 15 – Economia & Lavoro

    L’opinione

      La solitudine
      del Padrone

        Rinaldo Gianola

          L’ultima battaglia di Bernardo Caprotti, proprietario e presidente di Esselunga, contro il sistema Coop e le amministrazioni rosse è il segno di una coerenza imprenditoriale, ma ci dà anche l’impressione, se non la certezza, della solitudine in cui si trova uno dei protagonisti della grande distribuzione italiana. Passata la soglia degli ottant’anni, Caprotti si trova a compiere gesti inusuali per la sua storia personale e per la sua attitudine imprenditoriale. Caprotti è un formidabile imprenditore, un padrone duro e senza fronzoli, un lombardo intransigente prima con se stesso che con gli altri. Senza cedimenti o finte compassioni, sia quando deve silurare i figli dalla gestione dell’azienda, sia quando deve stabilire i tempi per andare al bagno dei suoi dipendenti.

          Pochi mesi fa polemizzò, con una ciclopica campagna pubblicitaria (concessa pure a l’Unità), con le Coop e con qualche ministro che avevano osato dichiarare il loro interesse per Esselunga di cui si ventilava la cessione. Ieri ha scritto un articolo per il Sole-24 Ore e oggi presenterà il suo libro “Falce e carrello”. Che cosa succede? E come se, all’improvviso, l’inventore di Esselunga dovesse giustificarsi, denunciando il nemico “rosso” personalizzato in qualche capo delle Coop, di un mancato successo (ma non è questo il caso visto che la sua azienda fattura circa 5 miliardi di euro, con 17mila dipendenti, ricchi profitti e un enorme patrimonio immobiliare) oppure di un gesto clamoroso, come la cessione di Esselunga a qualche multinazionale. Sarebbe un peccato per il Paese perdere Esselunga, ma dopo l’uscita dalla grande distribuzione della Fiat, di Berlusconi (che ci provò con la Standa, fallendo), dopo l’arrivo dei francesi Auchan con i loro fromage, restano solo le Coop che potrebbero fare un’operazione del genere. Un affare da quattro, cinque miliardi di euro. Ma Caprotti, ovviamente, non ci sente. A questo punto la venda a chi vuole, ma senza dare la responsabilità ad altri.

          Non può accusare le Coop di chissà quali privilegi: questo è un argomento delicato. Saremmo disposti a credere alle sue accuse, se Caprotti ci spiegasse come mai per decenni è riuscito a ottenere le licenze migliori a Milano o in Lombardia. E ci piacerebbe sapere dei suoi rapporti d’affari con certi proprietari di terreni e d’immobili.

          Ma c’è di più. Forse ci sbagliamo, ma questa sua offensiva, questa campagna danno sì il segno della tempra del combattente, ma rappresentano una sconfitta. Da mezzo secolo Caprotti guida Esselunga, e pur confrontandosi con milioni di consumatori non si è fidato del mercato, non ha cercato la Borsa né altri partners con cui, pensando al futuro, dividere la proprietà e la gestione. Non si è fidato nemmeno della sua famiglia. Qualche tempo fa mi telefonò Giuseppe Caprotti, figlio del fondatore, allora amministratore delegato di Esselunga, per chiedermi spiegazioni su un articolo di una vertenza sindacale. Mi disse che desiderava illustrarmi la sua filosofia, le innovazioni che aveva in mente. Andammo a pranzo al vecchio Hotel Diana, a pochi metri da un supermercato Esselunga. Mi spiegò la sua idea di rendere più trasparenti i rapporti con i dipendenti, i sindacati, l’informazione, ma che questo processo necessitava di molto tempo. Mi pregò di segnalargli i “casi” relativi all’Esselunga. Non mancò l’occasione. Dopo un paio di giorni gli comunicai che il direttore di un supermercato aveva chiamato i carabinieri per impedire un pacifico volantinaggio e che un altro, troppo solerte, aveva tolto l’Unità dalla vendita perché conteneva una notizia sull’azienda. Oggi l’erede Caprotti si occupa d’altro.

          Sarebbe una sconfitta per tutti se Caprotti decidesse di lasciare la sua creatura in mani straniere. Noi milanesi ci siamo affezionati perché abbiamo iniziato a far la spesa a cavalcioni dei carrelli quand’eravamo bambini. E continuiamo a fare la spesa lì, ancora oggi. Anzi, vorremmo dire a Caprotti che ci è dispiaciuto quando ha rinunciato al suo primo supermercato, quello di viale Regina Giovanna, che oggi porta un altro marchio. Bisogna rispettare la storia e i sentimenti della gente, non si può pensare solo ai profitti. È un po’ come il Corriere della Sera, guidato da una direzione laziale, che ha messo la cronaca di Milano in mezzo al giornale come fosse un inserto qualsiasi, invece di lasciarla in fondo come impone la Storia.

          Oggi Caprotti terrà la sua prima conferenza stampa con due angeli custodi: Ferruccio De Bortoli e Geminello Alvi (ma quest’ultimo è peggio di un comunista: è anarchico!). Non esageri contro le coop: volevano comprare una banca ma le invitarono a occuparsi di supermercati. Ora che vorrebbero comprare i supermercati vengono di nuovo respinte. C’è qualcosa che non va.