La sinistra torna alla carica su precari e lavori usuranti

16/10/2007
    martedì 16 ottobre 2007

    Pagina 8 – Primo Piano

      Retroscena
      Il protocollo che cambia

        La sinistra torna alla carica
        su precari e lavori usuranti

          STEFANO LEPRI

          Alla fine la colpa sarà di un tecnico ministeriale che, munito di burocratico buonsenso, aveva stabilito che gli auspici in una legge non si possono mettere: così aveva cassato una frase del protocollo del 23 luglio. Frase che Cgil, Cisl e Uil ritengono importantissima. Nelle ultime tre giornate sul welfare si è combattuto un torneo oratorio, con sospetti e accuse di mezzucci, nelle quali ritornava incerto il confine tra la politica e le relazioni sindacali; per poi concludere che si trattava di intervenire su alcune questioni abbastanza marginali.

          È stato il governo a fare marcia indietro, oppure i sindacati che dopo aver alzato la voce non sapevano più che dire? Curioso che l’ala sinistra della maggioranza, impegnata a organizzare la manifestazione di sabato prossimo, quasi si defili rispetto alle questioni che la Confindustria da una parte, Cgil Cisl e Uil dall’altra, stanno ponendo. «Prima ci fregano, costringendoci ad accettare norme che non ci piacciono, poi danno la colpa a noi» si dice dalle parti del vertice del Pdci. «Fanno come i ladri di Pisa – rincara Maurizio Zipponi, responsabile lavoro del Prc – litigando su un testo che che noi non avevamo nemmeno visto».

          Per la sinistra gli obiettivi restano: allargare l’area ora molto ridotta dei «lavori usuranti», quelli dai quali si potrà continuare ad andare in pensione a 57 anni. Rendere ancora più stringente il termine massimo di 36 mesi per i contratti a termine. Nel negoziato con le parti sociali si è invece discusso d’altro. Confindustria otterrà una precisazione alla norma sui 36 mesi dei precari che consenta la ripetuta assunzione dei lavoratori stagionali: tipo che i 36 mesi vanno totalizzati entro un massimo di alcuni anni. Cgil, Cisl e Uil non si oppongono: discutono una serie di altri dettagli.

          E se non era un compromesso politico sbilanciato a sinistra a distorcere il protocollo del 23 luglio, che cos’era allora? «Certo che ci sono sempre dei problemi a tradurre in legge i contenuti di un accordo tra le parti – sostiene Giorgio Santini, il segretario confederale Cisl che si occupa di problemi del lavoro – ma dei numerosi problemi di mancato recepimento che abbiamo rilevato, il filo conduttore è un tentativo di limitare i costi. Ad esempio, che fine ha fatto l’abolizione del divieto di cumulo tra pensione e redditi da lavoro?». No, obiettano al ministero, l’«abolizione» del cumulo pensione-salario non sta scritta da nessuna parte. Nel testo del protocollo, «il governo si impegna ad approfondire gli effetti dell’attuale regime di cumulo tra redditi da lavoro e pensione al fine sia di incentivare la permanenza in attività di lavoro sia di contrastare lavoro sommerso e irregolare da parte dei pensionati favorendone trasparenti e regolari condizioni di attività». Qui, come altrove, si sta studiando una formula di compromesso.

          Costi pesanti avrebbe, in un lontano futuro, quella garanzia della pensione al 60% del salario anche per i giovani di oggi che a Cgil, Cisl e Uil piacerebbe; ma il Tesoro non accetterà mai una clausola stringente visto che nel protocollo compare una frase molto vaga e per giunta tra parentesi. In queste ore si cercano le parole giuste per tradurre in legge il compito di una commissione di «proporre meccanismi di solidarietà e di garanzia (che potrebbero portare indicativamente il tasso di sostituzione al netto della fiscalità ad un livello non inferiore al 60%)». Su tutto, il traguardo pare in vista.