La sinistra si è persa il lavoro

24/03/2005

    mercoledì 23 marzo 2005

    COSTITUZIONE
    La sinistra si è persa il lavoro

    F. B.


    Il tema del rapporto tra Costituzione e lavoro, da gran tempo fuori dell’agenda politica, è stato riproposto in un incontro cui erano chiamati a riferire (per iniziativa delle Associazioni Articolo uno e Rinnovamento della Sinistra) alcuni dei maggiori specialisti della materia: un costituzionalista, Mario Dogliani, un sociologo, Luciano Gallino, un giurista del lavoro, Giovanni Alleva, uno studioso del lavoro, Francesco Garibaldo. Ne è scaturita la richiesta all’Unione perché concepisca come asse della propria proposta al paese la riscoperta di una civiltà «fondata sul lavoro» e non sul potere assoluto del capitale finanziario e dell’impresa. C’è, nella deriva italiana, una responsabilità delle sinistre che, come ha chiarito Paolo Ciofi nella introduzione, hanno rinunciato a fondarsi sul lavoro e che, anziché criticare le proprie insufficienze o le strumentalità o gli errori nel modo di rappresentarlo, hanno preferito ignorare la necessità di una scelta netta nel conflitto di classe presente nella realtà sociale. All’origine del rischio di una tendenza neoautoritaria implicita nella riforma costituzionale, rischio sottolineato da Prodi, c’è innanzitutto questo scollamento dal lavoro. La stessa giusta denuncia di Prodi – dice Dogliani – interviene, però, in una situazione già gravemente compromessa. Il metodo maggioritario spinge verso una dittatura della maggioranza e, dunque, la introduzione di quel metodo, come insegna la dottrina e la pratica democratica, doveva essere accompagnato dalle norme per evitare quel pericolo. Ciò non si è fatto. Non si è visto che il fondamento nel lavoro stabilito nell’articolo uno nasceva da un lato da una convergenza di posizioni, poiché tutte le maggiori forze fondative della Repubblica si proponevano di rappresentare il lavoro, dall’altro da un conflitto sul significato e sul modo di questa rappresentanza.

    La costituzione materiale cambia perché mutano le basi di fatto nei rapporti sociali, ma anche perché quelle forze che avrebbero dovuto mantenere aperto il conflitto democratico hanno attenuato o dismesso la propria volontà di promuovere la visione originaria della Costituzione. L’Italia si è così ridotta a diventare, e in parte già a essere, un paese senza Costituzione, dove ogni avventura è possibile, comprese le più contrarie alle elementari norme della democrazia. Ricostruire un modello di riferimento sarà una impresa difficilissima, ma non perciò meno doverosa. Sulle difficoltà torna Gallino esaminando la frantumazione del lavoro nel tempo del mercato unico mondiale. Una frantumazione non fatale, ma dettata dal criterio della massimizzazione del profitto o, addirittura, del mero valore degli indici del mercato borsistico. La svalutazione del lavoro è un processo materiale (le esternalizzazioni e, contemporaneamente, gli appalti interni alle stesse mura dell’impresa; la miriade di contratti precari diventati norma; le delocalizzazioni ecc.) ma è contemporaneamente il risultato di un assunto culturale: il primato dell’efficacia e dell’efficienza (a prescindere dalla asserita centralità della persona). Gallino contesta questa pretesa giustificazione: sempre di più si dimostra che efficacia ed efficienza non si perseguono con il sistema del lavoro insicuro, ma con la stabilità, la competenza, la qualificazione.

    Alleva ribadisce a proposito della destrutturazione del lavoro e del diritto del lavoro operato in Italia, che entrambi i processi vengono non da cause oggettive, ma da cause che hanno attinenza con il potere sociale, cioè con il prevalere di una parte sull’altra. C’era – si chiede Alleva – un eccesso di rigidità nei rapporti contrattuali e nella legislazione del lavoro tali da provocare un non dichiarato ma effettivo «sciopero del padronato»? Poteva essere un tema di discussione. Ma la rivendicazione e l’attuazione di un pieno potere padronale non ha certo generato soluzioni economicamente positive: al contrario, il declino si è accentuato grandemente. Dapprima per effetto di interpretazioni giudiziarie della legislazione considerata restrittiva poi a causa della legiferazione (iniziata dal centro-sinistra) si è avuta quella estensione del precariato le cui conseguenze incominciano ad allarmare non più solo i sindacati dei lavoratori, data la caduta della produttività. Dunque vi può essere anche un cauto ottimismo, dice Alleva: le contraddizioni pesano e cominciano a farsi sentire. Ma non si può risalire la china, sostiene Garibaldo, senza il costituirsi di nuove soggettività capaci di risollevare le ragioni attuali del conflitto sociale e di interpretarlo politicamente. La situazione cui si è giunti è quella di cancellazioni di conquiste del lavoro iniziate un secolo e mezzo fa.

    C’è il ritorno del lavoro dipendente a pura merce, una «vaporizzazione dei diritti», una teorizzazione della società di «proprietari» in cui il lavoratore è concepito come proprietario della propria competenza, che si presenta da solo sul mercato. Da tutto questo è derivata la proposta, avanzata da Tortorella che presiedeva, di una richiesta alle sinistre e all’Unione di radicare la discussione programmatica sulla idea-forza che ispira la Costituzione italiana. E’ giusto contrastare il declino cui il centro-destra ha portato il paese.