La sinistra fa lo sconto: «Ci asterremo»

11/10/2007
    giovedì 11 ottobre 2007

    Pagina 2 e 3 - Primo Piano

      Retroscena
      Il Consiglio dei ministri

        E la sinistra
        fa lo sconto
        “Ci asterremo”

          Antonella Rampino

          ROMA
          IO cerco sempre l’unanimità, ma non sempre si riesce a ottenerla…». Così Romano Prodi, come tra due parentesi nell’enfasi soddisfatta con la quale commenta i primi dati di via libera al protocollo sul welfare sottoposto a referendum sindacale, comunica al Paese quello che accadrà al Consiglio dei ministri di domani, e che gli è stato anticipato ieri da Fabio Mussi e da Franco Giordano: la sinistra si asterrà, Ferrero e lo stesso Mussi non voteranno il documento. Nonostante infatti il trionfo dei sì, che ieri viaggiavano sull’82 per cento (ma che si attesteranno molto più probabilmente sul 75-77), la sinistra è sugli spalti. Come dice lo stesso Fausto Bertinotti, che naturalmente non commenta, ma avverte: «Bisogna valutare bene la qualità di quel voto», oltre che naturalmente «ascoltare il malessere del Paese». Per decrittare il pensiero di Bertinotti ieri bisognava ascoltare Franco Giordano con i suoi: «Si tratterà di vedere quanto pesa in quella percentuale di sì al protocollo il voto dei pensionati, e comunque il no operaio per noi vale più della percentuale complessiva», era il senso del ragionamento.

          Insomma, domani in Consiglio dei ministri come già ieri nelle prime reazioni a caldo, si confronteranno il premier e l’ala riformista del governo, brandendo la vittoria dei sì, che è «un chiaro appoggio al governo», come dice Prodi, e poi anche Fassino, Rutelli, Veltroni. Dall’altra parte, il partito del no, che in nome della «qualità» del voto punta a correggere il protocollo sul Welfare: «Quello che conta è come si sono espresse le fabbriche», per dirla con Giovanni Russo Spena. E la condizione della riunione è tale, hanno detto Mussi e Giordano a Prodi, che meglio sarebbe rimandare l’esame del pacchetto sicurezza, magari al 23 ottobre, per non registrare due astensioni della sinistra nella stessa giornata. Prodi ha subito capito il problema.

          La sinistra poi valuta, e per questo ci sarà battaglia già domani a Palazzo Chigi, che si possano strappare piccole modifiche, sulle quali le trattative sono in corso: togliere il tetto numerico ai lavoratori usurati, e contratti a termine che dopo 36 mesi diventano automaticamente assunzioni. Ma intanto Giordano fa sapere pubblicamente di considerare l’esito della consultazione «come un lamento dei lavoratori», tanto che «se il protocollo non verrà modificato non lo voteremo in Parlamento». Provocando così l’immediata e speculare reazione di ben cinque senatori (non a caso) del nascente Partito democratico: Enrico Morando, Tiziano Treu, Antonio Polito, Giorgio Tonini e anche Marco Follini hanno fatto sapere che, se la sinistra intendesse emendare il protocollo, farebbero altrettanto. Un intervento a scudo del governo.

          Il risultato del referendum, comunque, mette la sinistra in difficoltà. Nonostante tra i suoi effetti collaterali ci sia stato quello di compattare la nascente «Cosa Rossa», passata attraverso «una prova del fuoco», come la chiamavano ieri nelle stanze di Rifondazione, resta il problema della manifestazione del 20 ottobre, convocata proprio per esercitare una pressione di piazza sul governo. «Nessun problema, la manifestazione sarà grande, grandissima, perché la gente è imbufalita, e ci sono già otto treni, due dalla sola Torino, già prenotati per portare i manifestanti a Roma», ostentava ieri un duro come Ramon Mantovani. Sarà. Ma intanto non si sa ancora dove esattamente si terrà la prova di forza, e la cosa non è di poco conto.