La sinistra e i tre milioni di Roma – di Alberto Asor Rosa

27/03/2002



La sinistra e i tre milioni di Roma

di 
Alberto Asor Rosa


Caro Direttore,

il raduno Cgil di sabato scorso a Roma contro il terrorismo, per il lavoro e per i diritti non è soltanto una manifestazione sindacale riuscita, anzi molto riuscita: è un evento storico di portata per ora incalcolabile, che può contribuire a cambiare le carte, che sembravano ormai inesorabilmente distribuite e giocate. Su questo i commentatori sembrano quasi tutti d’accordo: anche quelli, cupamente, che vi hanno scorto una prova ulteriore che il demonio esiste.
Mi ha colpito, di quella manifestazione, l’impressione straordinaria di omogeneità e di compattezza: un messaggio, profondamente radicato e orgogliosamente, quasi antropologicamente testimoniato, di unità. Unità è una parola che è ricorsa di continuo nelle ultime uscite in piazza del popolo di centro-sinistra: per esempio, il 2 marzo nel raduno ulivista di Piazza San Giovanni. La mia idea è che bisogna riflettere molto su questo messaggio (che del resto ha costituito il
leit-motiv anche dei cento girotondi delle ultime settimane, tema su cui tornerò più avanti). Non ci vuol molto a capire, infatti – e qui, caro Direttore, passo direttamente dall’apologia alla riflessione critica, che, come tutti ormai sanno, è per me, sventuratamente, il tono più abituale, – che l’evento storico del 23 marzo presenta un punto debole, di cui da subito conviene non tacere: e cioè che esso non ha corrispettivo politico, non ha sponda politica, non è in grado di tradursi, come sarebbe auspicabile, in linguaggi e programmi politici, – anche se in sè (m’intende, caro Direttore?) è un grande fatto politico. Il colossale fatto unitario e unificante, rappresentato dalla manifestazione Cgil, attorniato da una miriade di fatti unitari d’ogni natura, sembrerebbe destinato a sboccare – e forse ad arenarsi – nell’arcipelago sabbioso delle divisioni a sinistra.
Lo voglio dire nella maniera più elementare possibile. Propongo di rileggere l’intera fase storica, che va dal 1989 a oggi, alla luce della divisione del Pci, la quale ne rappresenta, dal punto vista della sinistra italiana ed europea, il punto di partenza e il dato costitutivo, centrale (a sinistra, s’intende).

La mia ipotesi, – non di oggi, beninteso, e perciò posso enunciarne così tranquillamente la semplice ma drammatica verità, – è che tutto a sinistra e molto di quanto è accaduto nel nostro paese nel corso degli ultimi dodici-tredici anni derivano negativamente da quella decisione, frutto di un complesso di azioni e reazioni, oggettive e soggettive, delle cui personali responsabilità non mette conto di tornare qui a discettare.

Potrei d’ogni singolo avvenimento di questi anni indicare la relazione con quel peccato d’origine. Per brevità farò invece un’osservazione più generale. Il capolavoro della cultura politica comunista italiana, – d’indubbia origine togliattiana, supportata però intelligentemente da un’interpretazione più o meno autentica del pensiero gramsciano e condita, se vogliamo, anche da qualche connotazione gesuitica, – consisteva nell’esser riuscita a mantenere uniti dentro lo stesso contenitore politico, organizzativo e strategico, massimalismo e riformismo, una duttile capacità di governo e un’autentica capacità di rappresentare gli interessi delle grandi masse lavoratrici. Questa sintesi ha consentito al Pci, – in tempi di guerra fredda, e cioè in presenza di condizioni esterne particolarmente negative, – di diventare il più grande partito comunista dell’Occidente capitalistico e di soppiantare a livello di massa all’interno della sinistra la leadership socialista, fatto del tutto insolito in Europa.
Nel momento in cui le condizioni esterne divenivano improvvisamente migliori, e cioè dopo la caduta del Muro di Berlino, e quando la cosa diveniva dunque ancora più illogica, la divisione del Pci in due tronconi ha separato massimalismo e riformismo e, all’interno del troncone riformista, ha separato sempre più duttile capacità di governo e autentica capacità di rappresentare gli interessi delle grandi masse lavoratrici. Il massimalismo si è autoescluso e si è ghettizzato. Il riformismo, quasi si sentisse liberato da quello scomodo confronto e da quel vincolo, è scivolato sempre di più verso il moderatismo. L’adozione della bandiera della «modernizzazione» e la conseguente, sciagurata battaglia contro il conservatorismo sindacale, – ricorda, caro Direttore, il congresso Pds dell’Eur? – sono il frutto di questa deriva e, sul piano storico, rappresentano secondo me errori più gravi e più devastanti di quello compiuto con la scelta della Bicamerale.

Quella divisione aveva una giustificazione al di là delle mere convulsioni di un ceto politico in difficoltà, – e soprattutto ne conserva una oggi, proprio quando dalla fase delle realtà nazionali siamo passati a quella europea e da questa alla dimensione sconvolgente della globalizzazione? O non siamo arrivati ormai al momento di una nuova sintesi, teorica, culturale, politica? Siamo in Europa occidentale, in una zona avanzata e privilegiata del mondo: abbiamo il dovere d’essere forti e radicati qui per riuscire, non solo a parole, a influire positivamente sul resto dell’umanità. E, al tempo stesso, non possiamo stare qui, fingendo che i conflitti si siano chiusi: chiusi qui da noi, e chiusi fra noi e il resto del mondo. Oggi più che mai massimalismo e riformismo, – se vogliamo continuare ad usare provvisoriamente la vecchia terminologia, – si presentano intrecciati insieme, fratelli concordi e discordi del medesimo processo; le due facce della stessa medaglia, perché, ricordiamocene, non c’è medaglia che non ne abbia due. L’alternativa e l’alternanza sono due cose diverse, non c’è ombra di dubbio: ma l’alternativa non cresce qui se non sta dentro un’alternanza, – un’alternanza di potere, di governo, di scelte macroeconomiche, di opzioni di civiltà; ma un’alternanza che non porti dentro di sè un’alternativa, – e cioè la persuasione che non ci si può limitare a far funzionare, che bisogna cambiare, – ricade qui immediatamente nella piattezza degli orizzonti moderati e neoborghesi e nella perdita conseguente di consenso (non è quello che è accaduto?).
Allarghiamo un po’ il discorso. I no-global non chiedono ai partiti di essere come loro. Se i partiti fossero come loro, che bisogno ci sarebbe dei no-global medesimi? I no-global, mi pare, non chiedono ai partiti di sposare per intero le loro richieste, le loro prospettive e la loro cultura, ma di mediarli con il quadro complessivo, questo però di farlo, e seriamente.

Poi, qui in Italia e anche in Europa, ci sono anche gli estremisti: ma, a guardar bene, meno e meno influenti che in passato. Gli estremisti sono quelli che pensano che non sia bene mediare e perciò scelgono di stare fuori del quadro. Anche loro hanno il diritto di far sentire la loro voce e di essere ascoltati. Ma io qui sto parlando prevalentemente del modo di far politica a sinistra, non dell’ipotesi, radicale e a dir la verità un po’ inquietante, che a sinistra siano d’accordo tutti (che disastro sarebbe!). I girotondisti, ad esempio, – che io, nonostante le scomuniche dei moderati, continuo a considerare un fenomeno di grande rilevanza, – hanno messo in discussione, al di là dei contenuti specifici, il principio della delega politica: per una decina d’anni, – sì, anche in questo caso dalla divisione del Pci in poi, – siamo vissuti in regime di delega politica crescente e di totale autoreferenzialità della politica (i moderati di sinistra, quando si è trattato di difendere il principio dell’intoccabilità dei capi, sono stati di un estremismo fuori del comune). Diciamo che a questo non si dovrebbe mai più tornare. Ma se le condizioni per far politica in codesto modo sono che ci sia un soggetto politico serio in grado di farla, le condizioni dove sono?
Il centro moderato e illuminato ha portato recentemente a termine un suo processo di unificazione. E la sinistra? Non vorrei parlare, per discrezione, di fusioni organizzative (per quanto anche queste facciano parte prima o poi del processo). Parlo di alcuni temi politici di fondo, da cui forse ripartire.

Bisogna governare questo tipo di società. Per farlo, in Italia, bisogna realizzare una stabile alleanza con i moderati illuminati: questo è imprescindibile (solo un centro-sinistra può vincere contro Berlusconi, condizione minimale per qualsiasi processo innovativo). Nell’alleanza le ragioni della sinistra – sono tanto più forti e tanto più contano quanto più sono unite. Non c’è unità politica del movimento, – e anche unità di un solo partito, ipotesi massima di questo discorso, – senza unità strategica (il che non vuol dire confusione o appiattimento), del movimento e del partito con il sindacato. Il riformismo di sinistra si distingue dal moderatismo, anche da quello illuminato, perché pensa che la forma di produzione capitalistica produca disuguaglianze, violenze e storture, – a livello sia nazionale sia mondiale, – che la politica di sinistra ha il compito di correggere e di cancellare: non basta governare, bisogna cambiare i rapporti di forza, guardare alla società con un diverso quadro di valori. E oggi il condizionamento mondiale delle politiche nazionali, le loro inter-relazioni e inter-dipendenze, sono enormemente maggiori che in qualsiasi altro momento del passato: l’«universalità dei diritti» è diventata davvero indivisibile.
Chi non la pensa così, – lo dico con intenzionale durezza, – è un moderato, non un riformista: ci si può, anzi, si deve assolutamente discutere per raggiungere un accordo. Ma mi chiedo se la formula: i riformisti con i riformisti, i moderati con i moderati, non sarebbe più limpida, più trasparente e perfino più operativa, prima che i riformisti moderati, con la motivazione, non del tutto infondata dal loro punto di vista, che siamo tutti uguali, non ci portino tutti nel campo dei moderati. Del resto, non è neanche da escludere che ci siano anche percorsi opposti: io, per esempio, non riesco a capire cosa ci facciano i popolari sociali, che sono dei riformisti seri, con i moderati illuminati. Se ci fosse un serio partito riformista, potrebbero essere tentati anche loro di stare con i riformisti.

Torno all’inizio. Di una cosa sono assolutamente certo: la massa enorme dei lavoratori presenti a Roma sabato scorso, e i moltissimi come loro che se ne erano restati a casa, non ha rappresentanza politica oggi in Italia. Dopo la divisione del Pci il problema stesso della rappresentanza sociale ha perso ogni vigore presso le formazioni riformiste e non ha potuto essere assunta, per mancanza di rappresentatività e di forza, dalle formazioni cosiddette antagoniste. Oggi in Italia non esiste un partito del lavoro. Si è mai chiesto, caro Direttore, a cosa si debba la straordinaria fioritura (è il caso di dirlo) della nomenclatura zoologica e soprattutto botanica, a caratterizzare il mondo del centro-sinistra italiano a partire, appunto, dalla divisione del Pci? La Quercia, l’Asinello, l’Ulivo, la Margherita… Questo vivaio dipende dalla difficoltà di definire con esattezza gli aggregati politico-sociali che superficialmente quei termini nominano. Dentro ci potrebbe esser di tutto, e potrebbe non esserci niente. Bisogna che la sostanza riemerga. Il 23 marzo a Roma è stato un possente appello a tornare alla sostanza delle cose.
Attiro l’attenzione su di un ultimo aspetto, significativo e paradossale, della situazione. Sergio Cofferati, – sul cui ruolo nello svolgimento dell’intera vicenda non mi soffermo, perché non son uso a tonalità apologetiche, – è sempre stato un dirigente sindacale notoriamente moderato.
È per questo che ha potuto svolgere in questa maniera il compito estremo che la storia gli imponeva. Penso che si dovrebbe riflettere su questo aspetto anche personale della questione. La sintesi fra massimalismo e riformismo, tra estremismo, se si vuole, e moderatismo, tra prudenza e rigore, tra inflessibilità e duttilità, ha dimostrato di non essere un’astrazione intellettuale, ha assunto un corpo grandioso. Non vorremmo invece che i discorsi sull’unità della sinistra, che ora faticosamente si ricominciano a fare, si riducessero a qualche accordo elettorale per le prossime amministrative o che si aspettasse l’alba del 1996 per mettersi a discutere affrettatamente e confusamente che diavolo fare. Il senso della cosa, se vogliamo dirla così, è che è stata lanciata una sfida, una grande sfida di massa ad andare al di là delle beghe di ceto, dei riservati domini ideologici, degli orti conclusi della secolare tradizione che ci sta alle spalle. Dai politici della sinistra italiana, – da tutti i politici, intendo, – ci aspettiamo il coraggioso colpo d’ala, moderato e estremistico insieme, che la situazione, ora, ha reso di nuovo possibile.